Modulkiri - Una principessa pachidermica

23 - 25 Maggio 2016

Ci presentiamo all’ora stabilita di fronte all’agenzia di Kratie che ci ha venduto i biglietti per Modulkiri. Come al solito il “pick up service” tarda una buona mezz’ora ma oramai ci siamo abituati. Saliamo su questo minivan pensando che la stazione degli autobus disti qualche km da qui e invece il driver non fa neanche in tempo a partire che già ci fermiamo nel retro del mercato. Ma dirci semplicemente di trovarci qui non era più semplice?
Saliamo su un piccolo autobus, poco più grande del minivan da cui siamo scesi ma con il doppio dei sedili stipati in modo così stretto che l’economy class di Ryanair in confronto è un letto a due piazze. Mentre la zona bagagli ha più galline e papere della vecchia fattoria. Cerchiamo due posti che siano sul corridoio in modo da poter stendere le gambe ma più il tempo passa e più capiamo che questa è una mera speranza. L’autobus è pieno, ogni posto canonico è stato occupato. Ma le risorse del driver son lungi dall’essere terminate.

Per prima cosa come per magia spuntano dei sedili reclinabili per occupare anche la corsia di mezzo; a questo punto decidiamo di sederci vicini con Erika, almeno ci possiamo un po’ gestire gli spazi. Quando anche questi sono completamente riempiti, timidamente si parte. Le mie ginocchia sono puntate nello schienale di fronte, non ho la minima possibilità di movimento, ma almeno siamo partiti. E invece no. L’autobus procede lentissimo sulla strada e ad ognuno che è fermo sul ciglio l’assistente del guidatore grida la destinazione facendo segno di salire.
Ora, dico io, un paio di cosette; innanzi tutto: ma se devi prendere un autobus perché non ti rechi come tutte le persone normali alla stazione degli autobus? Perché, buonanima, ti fermi sul ciglio della strada davanti casa e aspetti che passi un autobus e poi lo fermi e fai perdere un sacco di tempo a tutti?? Ma che domande: perché siamo in sud-est asiatico e la vita va presa con calma! E poi: MA DOVE LI METTIAMO QUESTI??? Non ci entrerebbe neanche uno spillo!! Ma poi qualcuno sale, e qualcun altro e qualcun altro ancora. Anche due scatoloni di pulcini trovano posto. Le file da quattro diventano file da 6 poi da 8. Una ragazza si vorrebbe mettere anche tra me ed Erika ma noi facciamo una faccia allibita e così rinuncia. Ci mettiamo due ore per fare 10 km. Alla fine quando anche sei sacconi di iuta pieni di qualsiasi cosa vengono fatti passare dal finestrino per essere ammassati di fronte all’unica porta di uscita dell’autobus e l’assistente si siede in cima al mucchio, occupando di fatto l’ultimo spazio disponibile nell’abitacolo, finalmente il guidatore decide che si può essere soddisfatti del carico e lancia il macinino a folle velocità sulla corsia asfaltata.

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Stipati come polli…con I polli!

Veniamo sballottati in questo modo, uno addosso all’altro per un altro paio d’ore fino ad arrivare ad una cittadina intermedia. Qui ci viene fatto segno che dobbiamo cambiare autobus. Sacchi di patate, pulcini, galline, papere, uomini, motorelle (una era stata legata nella parte posteriore dell’autobus durante una delle numerose soste) vengono scaricati e ricaricati sull’altro mezzo, identico al primo.

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Modalità di stoccaggio bagagli negli autobus cambogiani

Poi via ci si rilancia a folle velocità sulla strada. Ora però bisogna fare i conti con le fermate per far scendere le persone, perché ognuno vuole essere lasciato in un punto preciso lungo la strada; poi però si dimentica di avvertire e quando se ne ricorda bisogna tornare indietro; poi bisogna scaricare i bagagli del tipo, che magari sono stati i primi ad essere caricati e quindi sono in fondo; e quindi via a scaricare di nuovo sacconi, pulcini, galline, papere, motorelle, per prendere quell’unica valigia. Si va avanti cosi per un altro paio d’ore così che alla fine per fare poco più di 200km ci mettiamo sei (SEI!) ore e mezza.
Finalmente scendiamo e ci sgranchiamo un po’ le gambe. Ci troviamo nel mezzo di un mercato all’ora in cui le attività stanno lentamente scemando. Mangiamo un boccone in una locanda li vicino e poi ci incamminiamo con i nostri zaini verso la guesthouse che abbiamo scelto. La Tree Lodge Guesthouse è famosa per la possibilità di prenotare facilmente una giornata in una “fattoria” dedicata al recupero degli elefanti usati nel turismo. Infatti qui in Cambogia oramai gli elefanti vengono esclusivamente impiegati per essere cavalcati dai turisti, ma sembra che questa pratica sia molto deleteria per questi splendidi animali. Anche perché nelle zone molto turistiche sono costretti a turni estenuanti e a lavorare nelle ore più calde della giornata. Questa fattoria ha invece affittato una grande porzione di foresta tra le montagne di Modulkiri, sottraendola alla distruzione a causa delle piantagioni di gomma, e in questa zona ha rimesso in libertà già cinque elefanti. Non moltissimi ma se si pensa che per “salvarli” devono essere acquistati a caro prezzo, si capisce che pur se una goccia nel mare, è una iniziativa nobile.
Alla guesthouse ci dicono che le camere piccole da 7 dollari sono finite quindi ci prendiamo una familiare a 12, che crepi l’avarizia!!

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La nostra camera nel Tree-Lodge

Le camere sono tutti bungalow molto carini anche se decisamente umidi. Prenotiamo per l’indomani la giornata con gli elefanti e andiamo poi a fare due passi per il paese. Cerchiamo una soluzione economica per tornare a Phnom Penh ma sembra non esistano autobus. Compriamo anche patate, salciccia, uova, melanzane, pomodori e funghi per farci un paio di cenette come si deve. Torniamo poi al nostro bungalow dove ci cuciniamo e andiamo a dormire.

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Un po’ di relax in questa oasi di pace

 

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Un amico sulla porta di camera

Ci svegliamo che il tempo non è dei migliori, con dei grandi nuvoloni bianchi in cielo. Oramai è un paio di giorni che nel pomeriggio fa sempre qualche bello scroscione, ma con il caldo che fa qui, questo non dà minimamente fastidio. Partiamo a bordo di due pick-up. Noi ci piazziamo sul cassone posteriore perché ci divertiamo con poco. Con noi c’è una signora californiana, attempata ma ancora attivissima e due ragazzi, sempre americani, che se la chiacchierano con un patos che solo i madrelingua inglesi nei loro racconti sanno mettere. Ci provano ad attrarre nella spirale dei racconti ma rimaniamo al margine.
Ci addentriamo nella foresta con i fuoristrada e ci fermiamo di fronte ad una capanna in legno dove incontriamo la nostra guida nonché l’ideatore del progetto. Ci spiega per filo e per segno le caratteristiche dell’iniziativa da lui messa in piedi, incensandosi più del necessario a nostro avviso, come se volesse convincerci ulteriormente che l’aver speso i soldi per il biglietto fosse una causa umanitaria. Ora dico, bravo che salvi gli elefanti (cinque in tutto), che li lasci liberi di fare quello che vogliono, che preservi la foresta e che paghi per le cure mediche dei dipendenti, ma credo anche che ci fai bei soldini con questa attività quindi non mi sembra il caso di atteggiarsi a San Francesco della situazione. Se siamo qui è perché ci hai già convinto e tutto questo teatrino a nostro avviso è di cattivo gusto.
Mentre tutti sono assuefatti dal racconto a me e ad Erika queste parole fanno l’effetto contrario: ci mettono sul “chi va là”. Finalmente dopo un’ora di chiacchiere più o meno interessanti (per qualche minuto abbiamo parlato anche della medicina tradizionale ad esempio o del fatto che prima tutto il necessario alla sopravvivenza poteva essere trovato nella giungla) ci alziamo, prediamo ognuno un bel casco di banane e imbocchiamo un sentiero nella foresta: è tempo infatti di andare a conoscere gli ospiti di questa strana fattoria.
Dopo essere passati accanto a una piccola capanna con uno spiazzo di fronte svoltiamo a destra, superiamo un fiumiciattolo su di un ponte fatto con le canne di bambù, passiamo di nuovo nel fitto fogliame e finalmente usciamo in un’ampia radura. Proprio di fronte all’uscita del sentiero un dolcissimo faccione ci dà il benvenuto con una proboscide puntata verso di noi. Subito pensiamo: “ma se sono liberi come mai era qui che ci aspettava con il suo “custode” dietro??” (Sì, perché ogni elefante ha il suo custode sempre dietro) Ma poi ci lasciamo trasportare dalla dolce ingordigia di banane della nostra amica, che, abituata com’è all’essere umano le prende direttamente dalle nostre mani. Rimane con noi fino a che non abbiamo più banane poi, si volta e con un culone dondolante si allontana.

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Lato B

Effettivamente gli elefanti qui non sono legati e quando non hanno più voglia (leggi quando le banane son finite) alzano i tacchi e se ne vanno. La seguiamo per un breve tratto fino a che non attraversa un corso d’acqua e qui la guida ci fa cenno di salutarla e tornare indietro. Ma ce lo dice con un po’ troppa fretta e noi, insieme ad altre ragazze che evidentemente avevano la nostra stessa sensazione, rimaniamo dietro al gruppo a vedere cosa succede. Il “custode” è sempre dietro di lei e dopo qualche attimo che l’ha raggiunta sentiamo un piccolo barrito che ci sembra tanto di dolore. Cerchiamo di vedere cosa succede ma la boscaglia ce lo impedisce. Nel frattempo il gruppo è tornato indietro e facciamo fatica a riprenderlo. Come riacciuffiamo la guida gli diciamo cosa abbiamo sentito ma lui ci dice che l’elefante in quel modo chiama i compagni, nulla di strano in questo. A noi sembra sempre tutto più strano invece. O meglio, la sensazione è che qui gli animali siano molto più liberi che nella maggior parte dei luoghi turistici, ma da qui a farci credere che non ci siano costrizioni nel loro modo di vivere ce ne passa. E se ci vuoi coglionare noi diventiamo anche più scettici.
Nel frattempo come arriviamo alla piccola capanna nella giungla ad accoglierci (spontaneamente?) ci sono già altre tre bellissime elefantesse: una vecchiotta ma per questo molto docile, un’altra la cui specialità è prenderti la banana dalla bocca e la terza, Princess, che vuole che le banane le siano messe direttamente tra le labbrone sporgenti, non vuole fare troppo sforzo!!

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Due amici

Passiamo con loro una buona oretta tra risa, abbracci pachidermici, qualche orecchiata in faccia e tante, tante foto. Anche Erika, all’inizio un po’ intimorita, prende poi coraggio e si avvicina ad accarezzarli. Sempre che non diano troppa confidenza però eh!

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Due estranei…

 

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…che piano piano fanno amicizia

Io mi innamoro definitivamente di questi meravigliosi animali, così potenti ma allo stesso modo così miti. Con quella loro peculiarità dell’avere un naso prensile, hanno trovato una via di evoluzione non comune ma ugualmente efficace. E poi il loro buffo modo di camminare, quel lento oscillare del loro immenso didietro, e quel soffice poggiare le loro enormi zampone piatte sulla terra. E poi gli occhi, così profondi, quasi tristi, ma attentissimi alle banane. Così unici e per questo tanto meravigliosi.
Quando anche queste tre belle ragazze si allontanano la scena che ci si para di fronte ha del paradossale. La guida ci dice che non ha visto ancora Happy, l’ultima elefantessa, chissà se chiamandola arriva. Fa un paio di urli da Tarzan e come per magia dopo neanche un minuto Happy spunta dal sentiero (con dietro il suo custode) quasi correndo verso di noi e con un’espressione che avresti detto stesse ridendo (da qui, infatti, il nome). Anche lei è una grande ghiotta di banane e in breve tempo ce le esaurisce tutte, ma non si dà per vinta e con quella lunghissima proboscide le continua a cercare dappertutto; ci palpa, ci apre le mani, ci tasta gli zaini e le tasche posteriori, infila quella sua proboscide ovunque. Ne riesce effettivamente a scovare un paio che neanche i proprietari si ricordavano più di avere nello zaino poi soddisfatta della merendina anche lei si allontana.
Si è fatta ora di pranzo e sotto uno scroscio d’acqua niente male ci dirigiamo verso la capanna principale dove pranziamo e poi ci mettiamo sull’amaca a riposare per un’oretta.
Io sono impaziente di passare all’attività pomeridiana: il bagno con gli elefanti!! Ci raccontano (sarà vero?) che è un’attività molto importante per questi animali: almeno una volta al giorno hanno bisogno di lavarsi. Solo che alcuni di quelli più addomesticati hanno disimparato a farlo da soli e quindi devono essere guidati a farlo e aiutati nel processo. Bè, siamo qui apposta!!!
Torniamo al fiume e ci immergiamo aspettando il primo elefante che, manco a dirlo sarà Princess; quella svogliata neanche ha voglia di mangiare da sola…figurati se si lava!!
Ovviamente anche in questo caso l’unico incentivo a venire con noi sono le banane, ma funzionano egregiamente!! Si immerge immediatamente e mentre lei è intenta a mangiare dalle nostre mani noi, con degli enormi spazzoloni e dei secchi, la massaggiamo e puliamo dappertutto. Essere così a contatto con questi animali mi dà una sensazione unica e il pensiero di sfruttarli il meno possibile mi libera un po’ la coscienza. Dopo Princess il cielo si rannuvola di nuovo e inizia a piovere fortissimo ma noi già in costume ce ne curiamo poco. Anzi essere in mezzo alla giungla, immersi per metà in un fiumiciattolo e sentire la pioggia sulla pelle ci fa sentire liberi. E in più ci godiamo in primissima fila, anzi proprio sul palco, lo spettacolo della pioggia tropicale nel suo habitat più caratteristico. Però fa un po’ freddino.

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L’immenso animale che si fa fare il bagnetto

Anche con le altre due elefantesse ci divertiamo un mondo e il tempo vola. La guida ci fa poi segno di uscire dall’acqua perché gli altri due elefanti della fattoria non hanno bisogno di essere lavati e quindi li andremo a vedere mentre si fanno il bagno da soli.
Ci asciughiamo e ci rivestiamo, imbracciamo le reflex e ci andiamo a gustare questi bestioni che placidamente si immergono fino a quasi scomparire nell’acqua di un fiume lì vicino. Rimangono immersi per qualche minuto, quasi volessero godersi il momento, e poi risalgono la riva e scompaiono nella boscaglia. Magico!

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Sfilata sul fiume

Questa purtroppo era l’ultima emozione della giornata, salutiamo tutti e ci imbarchiamo di nuovo sui pick-up che ci accompagnano al lodge.

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Il parco degli elefanti

Nel viaggio di ritorno ci prendiamo un’altra po’ di pioggia che quella che abbiamo preso fin ora non era abbastanza. Fortuna che il nostro bungalow ha almeno l’acqua calda. Per cena ci cuciniamo qualcosa con il nostro fornelletto e poi andiamo a nanna.

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Una cenetta nel nostro balcone

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