• Parque Tayrona - Finalmente ai Caraibi

  • Langmusi - Una religione da capire

  • Copacabana - Il lago dove nacque il sole

  • Osh - Una cavalcata nella neve

  • Bariloche - La cartolina della Patagonia

  • Hampi - Una motorella nella preistoria

  • Coyaque e Villa Cerro Castillo – La prima vetta conquistata

  • Quilotoa Loop Part II - Il lago nel vulcano

  • Puerto Natales - Le mitiche vette di Torres del Paine

  • Salar de Uyuni (e Uyuni) - Solo bianco intorno a noi

  • Siem Reap - Una civiltà perduta

  • Cusco e Machu Picchu - Dove enormi catene montuose e foreste si incontrano

  • Agra - La tomba della principessa

  • Ushuaia - La fine del mondo...o quasi

  • Cat Ba Island - Non svegliateci da questo sogno!

  • El Calafate – Il ghiacciaio si scioglie

  • Luang Nam Tah - Il meraviglioso mondo di Keo (parte I)

  • Iguazu Falls – La settima meraviglia del mondo...di corsa

  • Huaraz - Un compleanno con la testa tra le nuvole e la coca

  • Nubra Valley - Il passo più alto del mondo in sella alla Royal Enfield (parte I)

  • Bagan - "..dicovi ch’ell’è la più bella cosa del mondo.."

  • Samarcanda - Mille e un fiocco di neve

  • Udaipur - Buon compleanno Erika!!!!

  • Chennai - Il colorato Sud

  • Thakek - Il leggendario Loop (parte I)

  • Esfahan: "we are a family now"

  • Koh Ngai - La quiete dopo la tempesta

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Una lista "ragionata" di quello che abbiamo messo dentro ai nostri zaini

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Un dettaglio sui costi paese per paese in base alla nostra esperienza

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Il nostro blog

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Perchè "tutta colpa di Terzani"??

Intro

Quando decidemmo di intraprendere il viaggio in Asia, il nostro piano prevedeva una strada molto lontana da quella che abbiamo percorso. Volevamo prendere un aereo, arrivare dall'altra parte del mondo per scoprire una cultura lontana dalla nostra e immergerci in quella cultura per tutta la durata del viaggio. Avevamo scelto l'India come nostra meta principale.

Questo è rimasto valido fino a 3 mesi prima della partenza. Avevamo però sempre una sensazione di fondo che ci diceva che mancava qualcosa, sentivamo che forse avevamo preso la strada più facile e che questo non ci avrebbe permesso di capire fino in fondo quella cultura. Insomma, non eravamo pienamente soddisfatti, ma noi da soli non avevamo la forza di mettere in discussione una decisione già presa. Sono state le parole qui sotto, del libro di Terzani che stavamo leggendo, che ci hanno indicato la via, che hanno nutrito quella sensazione che già avevamo e che ci hanno permesso di prendere il volo…o meglio di NON prendere quel volo (e molti altri).

Da li in avanti è stato tutto un programmare il nostro viaggio attraverso l’Asia via terra, attraversando valichi, ponti, città, frontiere e tutto quello che era necessario per raggiungere la nostra meta: l’India.

Questo modo di viaggiare ci ha messo molte volte alla prova ma ci ha anche dato infinite emozioni, per questo abbiamo deciso di adottarlo il più possibile anche nella prossima grande avventura in Sud America. 

Per questo motivo le nostre avventure sono un po' tutte "colpa di Terzani” ;)


 

 "Un indovino mi disse" T. Terzani

 

 

"Muovendomi fra l'Asia e l'Europa in treno, in nave, in macchina, a volte anche a piedi, il ritmo delle mie giornate è completamente cambiato, le distanze hanno ripreso il loro valore e ho ritrovato nel viaggiare il vecchio gusto di scoperta e di avventura.

D'un tratto, senza più la possibilità di correre a un aeroporto, pagare con una carta di credito, schizzar via ed essere, in un baleno, letteralmente dovunque, sono stato costretto a riguardare al mondo come a un intreccio complicato di paesi divisi da bracci di mare che vanno attraversati, da fiumi che vanno superati, da frontiere per ognuna delle quali occorre un visto: e un visto speciale che dica "via terra", come se questa via, specie in Asia, fose nel frattempo diventata così insolita da rendere automaticamente sospetto chiunque si ostini a usarla.

Spostarsi non è stato più questione di ore, ma di giorni, di settimane. Per non fare errori, prima di mettermi in viaggio, ho dovuto guardare bene le carte, rimettermi a studiare la geografia. Le montagne sono tornate a essere possibili ostacoli sul mio cammino e non più delle belle, irrilevanti rifiniture in un paesaggio visto da un oblò.

Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m'ha ridato il senso della vastità del mondo e sopratutto m'ha fatto riscoprire un'umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l'esistenza: l'umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.

Impormi di non volare è diventato un gioco pieno di sorprese. A far finta, per un po', d'esser ciechi si scopri che per compensare la mancanza della vista, tutti gli altri sensi si affinano. Il rifiuto degli aerei ha un effetto simile: il treno, con i suoi agi di tempi e i suoi disagi di spazio, rimette addosso la disusata curiosità per i particolari, affina l'attenzione per quel che si ha attorno, per quel che scorre fuori dal finestrino. Sugli aerei presto si impara a non guardare, a non ascoltare: la gente che si incontra è sempre la stessa; le conversazioni che si hanno sono scontate. In trent'anni di voli mi pare di non ricordarmi di nessuno. Sui treni, almeno quelli dell'Asia, no! L'umanità con cui si spastiscono i giorni, i pasti e la noia non la si incontrerebbe altrimenti e certi personaggi restano indimenticabili.

Appena si decide di farne a meno, ci si accorge di come gli aerei ci impongono la loro limitata percezione dell'esistenza; di come, essendo una comoda scorciatoia di didtanze, finiscono per scorciare tutto: anche la comprensione del mondo. Si lascia Roma al tramonto, si cena, si dorme un po' e all'alba si è già in India.

Ma un paese è anche tutta una sua diversità e uno deve pur avere il tempo di prepararsi all'incontro, deve pur fare fatica per godere della conquista. Tutto è diventato così facile oggi che non si prova più piacere per nulla. Il capire qualcosa è una gioia, ma solo se è legata a uno sforzo. Così con i paesi. Leggere una guida, saltando da un aeroporto all'altro, non equivale alla lenta, faticosa acquisiszione - per osmosi - degli umori della terra cui, con il treno, si rimane attaccati.

Raggiunti in aereo, senza un minimo sforzo nell'avvicinarli, tutti i posti diventano simili: semplici mete separate fra di loro solo da qualche ora di volo. Le frontiere, in realtà segnate dalla natura e dalla storia e radicate dalla coscienza dei popoli che ci vivono dentro, perdono valore, diventano inesistenti per chi arriva e parte dalle bolle ad aria condizionata degli areoporti, dove il "confine" è un poliziotto davanti allo schermo di un computer, dove l'impatto con il nuovoè quello con il nastro che distribuisce i bagagli, dove la commozione di un addio viene distratta dalla bramosia del passaggio obbligato attraverso il "free duty shop", ormai uguale dovunque.

Le navi si avvicinano ai paesi entrando con lento pudore nelle bocce dei loro fiumi: i porti lontani tornano ad essere delle agognate destinazioni, ognuna con la sua faccia, ognuna con il suo odore. Quel che un tempo si chiamavano i terreni d'aviazione erano anche loro un po' così. Oggi non più. gli aeroporti, falsi come messaggi pubblicitari, isole di relativa perfezione anche nello sfacelo dei paesi in cui si trovano, si assomigliano ormai tutti: tutti parlano nello stesso linguaggio internazionale che da a ciascuno l'impressione di essere arrivato a casa. Invece si è solo arrivati in una qualche periferia da cui bisogna ripartire, in autobus o in taxi, per un centro che è sempre lontanissimo.

Le stazioni invece no, sono vere, sono specchi delle città nel cui cuore sono piantate. Le stazioni stanno vicino alle cattedrali, alle moschee, alle pagode o ai mausolei. una volta arrivati li, si è arrivati davvero."


T. Terzani, "Un indovino mi disse"


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