Nubra Valley - Il passo più alto del mondo in sella alla Royal Enfield (parte II)

07 – 10 Settembre 2016

Tutta l’attrezzatura per affrontare le emergenze consisteva in una pompetta a pedale (mezza rotta), una chiave inglese doppia con numerazione a casaccio e un cacciavite giocattolo. Riguardo alla manualità stendiamo un velo pietoso: solo per togliere la ruota posteriore, il che implica svitare un bullone e sfilare un perno, Imi impiega mezz’oretta buona. Io cerco di aiutarlo come posso ma a mani nude posso veramente poco. Tra una madonna e l’altra però ci godiamo anche un quasi tramonto sulla valle, con lampi di luce che filtrano tra i grandi cumulonembi e investono le grandi nuvole di sabbia alzata dal vento. Uno scenario da fine del mondo. Ora però viene il difficile: riuscire a stallonare il copertone e tirar fuori la camera d’aria. Le proviamo tutte ma non abbiamo leve abbastanza lunghe e sottili per questa operazione: come pensavo senza i giusti attrezzi è un'impresa impossibile. Dico a Imi che forse è meglio fermare uno dei tanti camion che stanno passando in continuazione per farsi prestare qualche arnese che ci possa essere utile.

 Anche lui è d’accordo e dopo qualche tentativo andato a vuoto un anima pia si ferma e aggiunge all’arsenale un lungo piede di porco e un martello. Non sarà proprio il kit del perfetto gommista ma forse è la dose di ignoranza che ci mancava. Per non farsi mancare nulla ferma anche un altro camionista suo amico e a quel punto il problema diventa una questione d’onore per loro. Sbattono, scuotono, strapazzano e stirano il copertone in ogni modo possibile ma alla fine riescono nell’intento.

 Nubra valley tour on motorbike
Con l’aiuto dei camionisti!

Imi per fortuna almeno la camera d’aria di riserva ce l’ha e quindi la cambiano in un secondo. Riescono anche abbastanza velocemente a ricomporre il pneumatico sul cerchione e a rimontare il tutto sulla moto: mitici! Poi è tempo di darci sotto di pompetta e anche li non si risparmiano, manco fosse il lavoro loro. Al termine di tutto quando sono quasi due ore che ci sbattiamo la testa, ci salutano e ci augurano un buon viaggio, con un’espressione che dice “auguri”. Si perché in tutto ciò mancano ancora 70 kilometri a Turtuk, quindi almeno 2 ore, e Imi andrà anche piano perché non ha la gomma gonfiata benissimo. Il tramonto, che dovevamo gustarci in guesthouse sorseggiando un chai, ce lo vediamo invece da dietro la visiera del casco con la moto che lentamente riprende la strada, e con il pensiero che va alla guida notturna che ci attende.
Risalendo la vallata la luce inizia ad affievolirsi e accendiamo i potenti fari delle nostre moto. Oddio, potenti, diciamo accettabili. Inoltre mi accorgo che lo stop di Imi non funziona e un paio di volte devo fare delle belle frenate per non prendermelo di petto. Facciamo che prendo un po’ di distanza in più. Erika è estasiata dal panorama che abbiamo intorno che con la debole luce dell’inizio della sera si tinge di tonalità magiche. Le rocce sembrano quasi volgere al blu e il fiume e la sua sabbia hanno un vago ricordo di rosa: sembra di essere in un quadro surrealista. Io posso solo dare rapidissime occhiate e per il resto essere completamente focalizzato alla guida: devo sforzarmi per vedere qualcosa in queste ore di passaggio. Non vedo l’ora che diventi buio pesto almeno il faro risalterà parecchio e paradossalmente mi sforzerò meno.
Non devo aspettare tanto e in un quarto d’ora siamo immersi nell’oscurità più completa. Percepiamo che la strada si distacca dal corso principale del fiume e si incanala in una valle laterale; facciamo un paio di tornanti a scendere e siamo di nuovo accanto ad un grosso corso d’acqua. La strada ora lo costeggia pericolosamente e ne sentiamo il rumore delle rapide che quasi sovrasta il motore delle Royal Enfield. Attraversiamo un piccolo ponticello che sorpassa un affluente laterale, con la strada scavata nella roccia, che, alla luce dei soli fari, ci sembra molto suggestivo: aspettiamo di vederlo domani al ritorno con la luce.
A rendere ancora tutto più difficile sono i tratti non asfaltati, con la strada in pessime condizioni, che di notte e la stanchezza accumulata della giornata sono particolarmente provanti. Uno in particolare con il ghiaione molto mosso e l’assenza di protezioni laterali mi impensierisce ma piano piano riesco a superarlo. Quando l’asfalto riprende il suo manto perfetto e possiamo tirare un attimo il famoso sospiro di sollievo, i nostri sensi si concentrano su quello che abbiamo intorno: la vista non ci può aiutare perché, escluso il piccolo fascio di luce del faro, attorno a noi non si vede nulla; ma si sente tutto. Si sente l’imponenza di queste montagne, si sente il fragore dell’acqua che scorre, si sente la potenza del vento che ogni tanto fa traballare la moto. Sentiamo di essere piccoli piccoli e anche completamente soli: infatti da quando si è fatto buio non abbiamo incontrato una sola auto, evidentemente è troppo pericoloso ( e inutile) girare di notte.
Attraversiamo un piccolo paesino in cui le uniche luci artificiali sono due lampioni e un piccolo negozietto. Speravamo di essere arrivati e invece ancora mancano una ventina di kilometri. Ora Imi si è messo ad andare più veloce, evidentemente si è stancato di essere prudente per la gomma sgonfia e vuole arrivare il prima possibile. Effettivamente si sta facendo tardi ma gli ultimi kilometri sono sempre quelli più pericolosi, uno abbassa la guardia, va più veloce, e alle volte ci si distrae. Io lo seguo ma sempre concentratissimo, fortunatamente non mi sento troppo sicuro con questa moto e questo mi permette di non distrarmi. Passiamo altri controlli della polizia; essendo una zona “sensibile” mi sarei aspettato storie per un transito in notturna, invece forse proprio grazie alla presenza di Imi, riusciamo a passare senza problemi. Attraversiamo anche due lunghi ponti di assi di legno. Lì per lì non ci fanno grande impressione se non per il gran baccano che lo sbattere delle assi produce; poi il giorno seguente ci accorgeremo di quanti buchi c’erano, nei quali una ruota poteva incastrarsi con conseguenze immaginabili.
Secondi i miei calcoli tenuti con il contakilometri dovremmo essere quasi arrivati e difatti dopo una decina di minuti Imi rallenta con la strada che entra tra delle case. Qui ad illuminare non c’è neanche un lampione tanto che neanche ci eravamo accorti di stare entrando in un paese. Ci fermiamo e spegniamo le moto: ce l’abbiamo fatta. Siamo distrutti, provati, abbiamo gli occhi pieni di cose belle e finalmente la giornata è volta al termine. L’adrenalina cala e con un bel sorriso stampato in faccia scendiamo dalla moto. Sleghiamo i bagagli e ci incamminiamo, non avevamo idea che per raggiungere la nostra “homestay” dovevamo scalare una fottuta montagna e quindi malediciamo un po’ Imi. Ma lui ci dice che la vera Turtuk è quella lontano dalla strada, quella dove non esistono strade. Ci fidiamo anche se già sappiamo che strapagheremo l’alloggio perché accompagnati da lui. Finita la salita passiamo in mezzo a campi coltivati e a lato di canali per l’irrigazione. Noi proseguiamo lenti, continuando senza sosta l’opera di maledizione della nostra amata guida quando sentiamo un urlo, poi delle risate poi un altro urlo: Mariona è caduta per ben due volte nel canale, fortunatamente poco profondo. Imi se la ride ma immaginiamo che lei non sia dello stesso avviso. Finalmente arriviamo dalla famiglia che ci ospiterà nella loro casa. Ovviamente non è proprio così visto che loro vivono in una baracca sul tetto e sotto hanno cinque stanze e un bagno organizzate come una qualsiasi guesthouse. Il livello è quello di un ostello molto economico ma questo a noi va benissimo: quello che ci piace meno è il prezzo da hotel tre stelle. Rimaniamo un po’ a bocca aperta ma poi siamo stanchi e abbiamo solo voglia di mangiare e di riposare. Ci sediamo di fuori e passiamo un po’ di tempo ridendo delle nostre avventure di oggi e ricordando tutto quello che abbiamo visto. Concludiamo anche che le nostre sventure sono state dovute all’esserci dimenticati di mettere le famose bandierine tibetane sulla moto!! Domani sarà la prima cosa che faremo, promettiamo ridendo come scemi. Stiamo proprio bene con questo piccolo gruppo e ci rilassiamo tra una chiacchiera e l’altra. Arriva anche un altro signore, ospite anche lui della homestay che attacca bottone. E’ un indiano molto distinto, fa il regista e sta girando un documentario su un viaggio da Mumbai al Ladakh. Ci spiega il suo progetto e ci fa appassionare, ci racconta del Rajasthan e ci dà degli ottimi consigli sull’itinerario da seguire: anche lui ama i piccoli paesini rispetto alle grandi città. Ci parla poi di Turtuk, questo paesino mussulmano che fino agli anni ’70 era pakistano e che ora vive in questa zona di confine. Chiediamo se si può vedere da qui il confine e ci dicono che sulle montagne qui intorno ci sono sia postazioni indiane che pakistane a seconda di chi controlla il picco. Oggi siamo anche fortunati e dato che in Pakistan è festa grande le postazioni pakistane sono illuminate con lucette colorate come a natale e un paio riusciamo a scorgerle nell’oscurità. Fa strano pensare che questa sia una zona “calda” dove da un momento all’altro potrebbe scoppiare un conflitto.
Nel frattempo arriva la cena, tipicamente indiana, tutta vegetariana e piena di salse saporitissime (ma anche grassissime!!). Passiamo un ottima serata con un ottima compagnia, poi ci ritiriamo e andiamo a dormire dandoci l’appuntamento per la colazione per domani alle 9. Io chiedo di potermi fare anche una doccia calda per rilassarmi, e quindi mi scaldano un bel pentolone di acqua e mi danno una scodella: non era proprio la mia idea ma me la faccio andare bene ugualmente!
La mattina successiva Erika ed io alle 8e30 siamo pronti, vogliamo esplorare un po’ questo villaggio ed avendo solo la mattina preferiamo non oziare troppo nel letto. Ovviamente fuori dei nostri amici neanche l’ombra. Saliamo sul tetto della casa da cui si gode un bellissimo panorama sui campi coltivati e la valle di Turtuk.

Turtuk: Nubra Valley tour on motorbike
Riserve di grano saraceno per l’inverno

La troupe del nostro amico regista è a far colazione, stamattina si sono svegliati presto per andare a fare una ripresa all’alba e ora si stanno riposando. Anche loro hanno tanta voglia di chiacchierare e sono molto simpatici. Ci consigliano anche cosa vedere nel villaggio, in particolare ci dicono di salire un altro poco e accanto alla moschea trovare una sorta di frigorifero naturale, una specie di grotta dove la temperatura è molto bassa. Attorno a noi, nei campi le donne hanno iniziato a lavorare e stanno strappando le erbacce dalle coltivazioni.

Turtuk: Nubra Valley tour on motorbike
Gli uomini a casa a cucinare…

Chiediamo cosa producano da questa agricoltura e ci dicono che è un tipo di farina molto energetica che devono accumulare per i rigidi inverni dove sono isolati e impossibilitati a coltivare alcunché. Cerchiamo di scoprire cosa sia e alla fine giungiamo alla conclusione che è quello che noi chiamiamo grano saraceno. Il verde dei campi, il bianco dei fiori del grano e i colori delle donne, tutto incastonato in delle cornici imponenti di roccia fanno sembrare questa vista un quadro.
Visto che ancora non si vede nessuno decidiamo di andare a fare un giro per conto nostro intanto. Prendiamo un sentiero e ci addentriamo in questo villaggio. Qui non ci sono strade ma solo sentieri e canali tra le case e la prima cosa che colpisce è proprio questa. Ci sono bellissimi muri a secco che delimitano i piccoli giardini delle case e che creano come un labirinto di viottoli e i corsi d’acqua si intersecano e scorrono dovunque entrando anche nelle case per fungere da lavanderia.

Turtuk: Nubra Valley tour on motorbike
Un villaggio ai confini del tempo

Nella parte più in alto del paese invece finiscono le case e iniziano i terrazzamenti di alberi di albicocche, una delle ricchezze di questo luogo. Al limite tra queste due zone una scuola e una moschea mezza disastrata tengono banco con la loro grandezza. Giriamo un po’ attorno all’edificio sacro ma non troviamo il famoso “frigorifero”: poco male, comunque questa passeggiata ci ha offerto piccoli tesori in abbondanza.
Rientriamo per fare colazione e incontriamo molte donne che stanno lavando i panni nella grande vasca centrale: un’enorme piscina al centro del paese di raccolta dell’acqua ad uso e consumo della società. Tutte vestono il velo essendo questo un paese mussulmano ma nessuna lo porta in maniera limitante: innanzi tutto sono coloratissimi e poi sembrano essere più un accessorio di bellezza (come nel resto dell’india) più che un imposizione religiosa. E questo era un villaggio pakistano fino a qualche decennio fa: ora in Pakistan tutte portano il burqa nero mentre qui donne con la stessa cultura sembrano, ne più e ne meno, coloratissime indiane con il sari. La dimostrazione che non è la religione il problema: il problema sono i tiranni che con questa vogliono controllare la mente degli uomini.

Turtuk: Nubra Valley tour on motorbike
Al confine col mondo arabo

Ci sediamo in terrazza e chiediamo intanto la colazione per noi. Ci portano una omelette, del roti con burro e marmellata e dell’ottimo pane di grano saraceno. Nel frattempo arriva anche Mariona che fa colazione con noi. Chiediamo anche di assaggiare un po’ delle albicocche che stanno essiccando sul tetto e ce ne portano una manciata: deliziose!!
Riusciamo a beccare anche Imi e ci diamo appuntamento per pranzo alle 13, per poi ripartire alla volta di Hunder.
Insieme a Mariona dopo colazione andiamo a vedere il panorama da un minuscolo tempio buddista (deserto) costruito sul fianco della montagna sopra Turtuk. Per raggiungerlo ci perdiamo un po’ in mezzo ai campi ma è quasi più bello così. Da lassù la vista è mozzafiato: nel paesaggio lunare di questo canyon maestoso, risalta la piccola macchia verdissima del villaggio con i suoi campi, che aggiungono fascino al paesaggio e non lo rovinano, in una armonia con la natura che solo in luoghi così remoti oramai si può trovare.

Turtuk: Nubra Valley tour on motorbike
Riempirsi gli occhi di bellezza

Riscendiamo e portiamo Mariona a vedere la parte di villaggio che noi abbiamo visitato stamane. Ci spingiamo fino alla parte moderna di Turtuk, al di là del fiume ma questa non ci piace più di tanto e rientriamo velocemente.

Turtuk: Nubra valley tour on motorbike
Curiosando verso la città nuova

Alle 13 siamo di nuovo in guesthouse per il pranzo con un paio di bottiglie di succo di albicocca, comprato da un produttore locale.
Capiamo che il pranzo è lungi dall’esser pronto ma oramai conosciamo Imi e le sue capacità organizzative, soprattutto in termini di orario e non ci sconvolgiamo più di tanto. È anche grazie a lui se stiamo da dio e stiamo vivendo una delle più belle avventure del viaggio, quindi qualche peccatuccio gli si perdona volentieri, anzi è un motivo in più per prenderlo in giro e farci su una risata.
Alle 14 arriva questo tanto decantato pollo, ricetta sopraffina della moglie del gestore. A parte che il pollo me lo ricordavo con un po’ di carne attaccata alle ossa, la salsa saporitissima satura velocemente le papille gustative non permettendo di godere appieno del pasto. In poche parole: niente di che.
Imi continua a cincischiare anche dopo il pasto nonostante siamo palesemente in ritardo sulla tabella di marcia. Lo riportiamo quindi all’ordine e in poco tempo siamo pronti a partire. Leghiamo con estrema cura le nostre bandierine al manubrio e siamo di nuovo in strada. Così non ci potrà succedere niente di brutto!

Turtuk: Nubra valley tour on motorbike
Dai che oggi non buchiamo‼

Oggi ripercorreremo a ritroso la strada che ieri abbiamo fatto di notte, godendoci i paesaggi attraversati in notturna e arrivando al tramonto alle dune di Hunder dove passeremo la notte.

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Adrenalina a mille‼

Non avendo molta fretta ne tanti kilometri da fare la guida è rilassata e quindi indugiamo anche in qualche foto di troppo lungo la strada: ma con panorami così unici e strabilianti ci si fermerebbe ad ogni curva.

Nubra valley tour on motorbike
Di nuovo in sella verso nuove avventure

 

Nubra valley tour on motorbike
Il ponte sul fiume Nubra

In una di queste soste, mentre stiamo facendo i cazzoni a fare le foto di gruppo, una jeep si ferma per non investirci e all’interno scorgiamo Ella, la nostra compagna di viaggio della Manali-Leh che è diretta a Turtuk. Noi con la moto ci sentiamo un po’ più fighi (ma non lo diamo a vedere :P).

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Un gruppo affiatatissimo…

 

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…e una coppia da sogno!

Alla fine riusciamo a far tardi anche oggi e ad un certo punto decidiamo di tirare fino a Hunder senza fermarci oltre. Arriviamo alle dune che il sole si sta nascondendo dietro i picchi altissimi delle montagne. Nessuno di noi ha intenzione di fare il giro di dieci minuti sul cammello (un po’ patetico) ma ci facciamo due passi fino alla prima duna in modo da vedere il panorama. Questo non ci lascia senza fiato e anzi fatichiamo a capire tutto il turismo mosso da questa “attrazione”. Forse è solo un pretesto per vedere la meravigliosa valle in cui questa è incastonata.

Nubra valley tour on motorbike
Ma che ci fanno i cammelli nell’Himalaya?

Torniamo alle moto e andiamo poi a cercare una guesthouse; Imi grazie alle sue conoscenze trova un altro alloggio mediocre a prezzo esagerato. Contrattiamo un po’ fino a farlo diventare accettabile, poi ci facciamo una doccia per lavare via la stanchezza della giornata.
A cena Imi è incontenibile e non riusciamo a farlo star zitto un minuto. Finisce una storia e ne inizia un’altra senza quasi riprendere fiato. Ad un certo punto ci inizia a raccontare di un certo “Snolipad” che azzanna le capre e diventa ubriaco e poi la mattina seguente i pastori lo uccidono. Noi seguiamo la storia con interesse ma non riusciamo a capire che diavolo di essere sia sto “Snolipad”. Non capiamo manco se sia un umano o se cammini su quattro zampe, se la storia sia una leggenda della valle o un fatto accaduto. Alla fine prendo coraggio e forte anche della faccia di Erika che esprime tutto il suo “non ne ho la più pallida idea” dico a Imi: “Scusa, avrei una domanda molto importante per la storia… Ma lo “Snolipad”, che è?”. Erika, data anche la stanchezza, la perdiamo, nel senso che le inizia la ridarella e non riesce più a fermarsi.
Imi un po’ stupito ci risponde “Ma come, lo “Snolipad” !!!”. Erika non si tiene più e dobbiamo spiegare che quando è stanca lei ride. Ci facciamo contagiare e ci scompisciamo tutti. Alla fine riusciamo anche a capire che lo “Snolipad” altro non è che uno Snow Leopard (leopardo delle nevi) e tutto ci torna con i racconti. Imi non si fa fermare neanche da questo simpatico contrattempo e prosegue come un bulldozer verso la fine della storia. Ne io ne Erika riusciamo più a seguirlo intenti come siamo a non scoppiargli a ridere in faccia: speriamo non se la prenda!! Andiamo a dormire stanchi ma felici.
La mattina seguente riusciamo a far essere puntuale Imi e partiamo quindi all’ora stabilita. Per una incomprensione con Mariona che raccoglie i soldi paghiamo come se ieri sera non avessimo contrattato per niente. Poco male; quando stiamo bene ci interessa relativamente il fattore monetario (se si parla di +o- 10 euro), comunque due madonne le tiriamo. Inforchiamo di nuovo la moto e ci apprestiamo a lanciare di nuovo l’attacco al Passo con la “P” maiuscola.

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Riprendiamo dal deserto

Prima passiamo per un Buddha gigante e un monastero dove il Dalai lama usualmente si ferma quando visita la Nubra Valley.

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I fedeli e il monastero sulla roccia

 

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In contemplazione…

A parte il valore artistico dell’opera non particolarmente elevato, la vista che si gode sulla valle è indescrivibile. Riprendiamo la strada e iniziamo a salire, percorriamo nuovamente il tratto divertente tutto curve e asfalto perfetto e stavolta, con la maggiore confidenza della moto, ce lo gustiamo ad un andatura più allegra.

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Il fiume che ci ha catturato il cuore

 

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Non si può essere più felici di così‼

 

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Ma quanto è possente??

Diamo l’ultimo saluto alla valle e ci addentriamo nelle pieghe della montagna, verso il passo.

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La vetta da lontano…stiamo arrivando di nuovo‼

Pranziamo alle 13 in punto nel posto dove avevamo fatto “l’aperitivo” il primo giorno. La signora si conferma una buona cuoca e non ci fa rimpiangere la scelta.

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Pausa pranzo scaldati dal sole

Riprendiamo poi la salita e la strada inizia a guastarsi fino a diventare percorribile solo in prima marcia con un filo di gas, evitando sassi, pozze d’acqua e possibilmente il burrone. Sento l’adrenalina della sfida salire di nuovo dentro di me ma con maggiore sicurezza della moto ora saliamo in scioltezza e raggiungiamo di nuovo la cima. Quassù Imi mi fa i complimenti perché di solito su queste strade i novizi appoggiano almeno una volta la moto a terra. Il fatto di essere arrivato incolume quassù per ben due volte mi deve far sentire orgoglioso, grazie Imi, la mancia te l’avrei data comunque.

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Stiamo AL TOP‼

Facciamo altre foto di rito stavolta tutti insieme infervorandoci (senza successo) con gli indiani che non capiscono il concetto di stare impicciando nell’inquadratura. Ma ce la facciamo passare velocemente, tutto rientrerà nel magico mondo dei nostri ricordi, anche se di fronte al cartello del passo più alto del mondo c’eravamo io, il mio amore e un grizzly.
Scendiamo nuovamente per i tortuosi tornanti verso Leh e senza neanche accorgercene alle 16 siamo di novo fronte all’agenzia.

Nubra valley tour on motorbike
No, non è Erika…è uno yak!

 

Nubra valley tour on motorbike
Non fateci tornare giù…

 

Nubra valley tour on motorbike
Un ultimo scatto alle due protagoniste!

Scendiamo dalla moto per l’ultima volta e una piccola lacrimuccia ci riga il volto da sotto il casco. È stata una meravigliosa avventura che ci porteremo nel cuore per sempre. Sleghiamo le bandierine dal manubrio, i nostri bagagli dalla moto ed entriamo in agenzia con i musi un po’ lunghi. Improvvisamente ci viene un idea: perché non andiamo tutti a cena fuori stasera così da salutarci per bene? Siamo tutti entusiasti alla proposta e ci diamo quindi appuntamento alle 20. Un ultimo saluto alla moto e ci dirigiamo verso l’hotel.
Qui ci dicono che la stanza bellissima a prezzo stracciato che avevamo preso l’altra volta non è disponibile (e come fargliene un torto) quindi dobbiamo prendere la nostra roba e cercare da qualche altra parte. Proviamo alla guesthouse che ci avevano consigliato gli israeliani a Dharamsala e questa volta hanno delle camere disponibili a un prezzo accettabile.
Ci facciamo una bella doccia e poi usciamo a cena con i nostri amici. Imi ci porta in un ristorantino dove fanno i migliori Momo della valle ed effettivamente ne assaggiamo diversi tutti stellari: quello che ci rimarrà nel cuore sarà quello spinaci e formaggio, libidine!!!
La serata passa in serenità e il gruppo è oramai così affiatato che è proprio un peccato doversi separare. Nel ristorante c’è anche un compleanno indiano per il quale andando a cantare “tanti auguri a te” alla festeggiata ci guadagniamo anche un pezzo di torta: giusto la ciliegina che ci mancava.
A questo punto è veramente tempo di salutare tutti sperando di incontraci domani in giro per la città e augurandoci vicendevolmente tutta la fortuna del mondo. Andiamo a dormire in pace col mondo.
L’ultimo giorno lo riserviamo a un po’ di commissioni per i prossimi giorni. Prima di tutto andiamo al mercato per comperare la pellicola trasparente per proteggere gli zaini che imbarcheremo in aereo. Infatti abbiamo scoperto che da Leh, per motivi di sicurezza, non possono essere imbarcati bagagli a mano. Poi cerchiamo di prenotare il treno per il Rajasthan ma senza successo, neanche oggi c’è internet e l’unico negozio che ha una connessione satellitare non è un’agenzia e quindi non sa come prenotare i biglietti. Per il resto del tempo girovaghiamo per Leh in rilassatezza, riprendendo le forze dopo tre giorni mitici.

Nubra valley tour on motorbike
Leh…e i suoi numerosi monasteri tibetani!

Ora ci aspetta il vero Nord dell’India con le città colorate del Rajasthan e poi Agra, Varanasi e Calcutta. Dopo i 5 giorni a New Delhi questo non ci fa stare proprio tranquilli ma speriamo di riuscirci a ricavare degli spazi di tranquillità anche in questi luoghi che dai racconti sembrano la patria del turismo di massa e del caos. Non proprio una bella presentazione.
Il giorno successivo prendiamo un tuk tuk per l’aeroporto molto in anticipo sull’orario del volo ma Mariona ci ha scritto che lei andandoci due ore prima ha rischiato di perdere l’aereo da quante file c’erano. Noi invece siamo fortunati, non c’è quasi nessuno, ma questo significa che abbiamo tanto tempo da perdere.

Flight from Leh to Delhi
Soddisfatti dopo una stupenda avventura

Alla fine comunque il volo parte in orario e ci permette di godere una vista da mozzare il fiato sulle imponenti montagne dell’Himalaya.

Flight from Leh to Delhi
D quassù la vista è incredibile!!

Siamo ulteriormente contenti di aver preso l’aereo per ricollegarci con Delhi.
Una volta atterrati prendiamo la metro e andiamo subito alla stazione centrale dove proveremo a fare i biglietti per la sera stessa.

 

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