Kratie - Una guida fin troppo cambogiana!

19 - 23 Maggio 2016

Arrivando a Kratie la sensazione che proviamo è di essere esattamente dove vorremmo essere. Una placida e tranquilla cittadina che segue sinuosamente il corso di questo magico fiume, il Mekong, che oramai abbiamo imparato a conoscere, in una serata con un pallido sole rosso che lentamente sta tramontando al di là del corso d’acqua. Il tutto ci fa sentire sereni.
Dopo aver visto la guesthouse che ci consigliava la nostra guida, ci dirigiamo verso un alberghetto il cui biglietto da visita ci era stato gentilmente porto all’arrivo dell’autobus. Effettivamente per soli tre dollari in più la stanza è decisamente migliore e decidiamo quindi di fermarci qui.
Usciamo subito a goderci lo struggente tramonto sul fiume passeggiando sugli argini alti sull’acqua. Per suggellare questo momento ci prendiamo anche un paio di birre fresche e ci sediamo tranquilli su una panchina.

 

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Un romantico tramonto

 

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Le prove del flash di Erika con la sua nuova macchinetta

Quando il sole lascia spazio alla sera andiamo a cercare un posto dove mangiare. Vicino al mercato troviamo un ristorante molto carino, all’angolo della strada, in una bella palazzina coloniale. Il locale interno è spalancato sulla piazza grazie a grandi aperture intervallate solo da un paio di pilastri, mentre all’esterno, seguendo il profilo del palazzo, una serie di tavolini sono posti direttamente sul marciapiede. Ci sediamo su uno di questi e mangiando ci sentiamo immersi nella vita di questa piccola città, anche se a quest’ora tarda, circa le 20:30, la vita si riduce a un paio di motorini che sfrecciano per le vie deserte.
La mattina seguente, dopo la nostra corsetta di qualche kilometro, torniamo a far colazione in questo locale e stavolta lo spettacolo è nettamente diverso. I tavolini danno infatti direttamente sul grande mercato mattutino, con un affollarsi di persone e un festoso brulicare di merci di ogni sorta.

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L’affollato mercato mattutino

Prendiamo poi in affitto una motorella e ci dirigiamo verso nord, lungo la sponda est del Mekong. Un percorso molto bello da fare in bici per più giorni è il Mekong Discovery Trail che si può fare più o meno lungo a seconda della voglia di pedalare e al tempo a disposizione. Questo si svolge sempre nella zona a nord di Kratie ma si può scegliere di percorrere sia la costa est che quella ovest, molto più selvaggia. Siamo molto interessati a fare un giro che prenda un paio di giorni con la notte in una homestay in un’isola del Mekong e ci informiamo quindi per domani. Oggi vogliamo però non faticare quindi ci affidiamo al mezzo a motore. Abbiamo letto che in tempio a una quarantina di km da qui c’è un centro per la salvaguardia delle tartarughe di fiume dal guscio molle e vogliamo decisamente vederle.
Ci mettiamo in marcia e seguiamo il corso del fiume per tutto il tempo. A metà strada c’è anche un punto ultra attrezzato con miriadi di barchini per portarti a vedere i famosi delfini d’acqua dolce. Noi, avendoli visti già in Laos, saltiamo la grande attrazione e ci dirigiamo a nord. Ci fermiamo per un po’ in un mercato di un villaggio e facciamo due passi. Per la grande folla è oramai tardi e tutto giace in una quiete che sembra quasi abbandono. Le bancarelle sembrano tutte vuote ma poi avvicinandosi si scorge sempre, dietro al bancone, una piccola amaca con qualcuno che sta sonnecchiando all’interno. La pulizia regna sovrana in questo ambiente….più o meno…più meno che più ma oramai siamo rassegnati al fatto che il 90% dei cibi che giornalmente mangiamo viene da posti come questo.

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Trova l’intruso…

Incontriamo anche qualcuno che ha veramente voglia di parlare un po’ senza necessariamente avere il secondo fine di venderci qualcosa. Un paio di giovani ragazze alle prese con i primi rudimenti dell’inglese e un simpatico omino che muore dalla voglia di raccontarci la sua vita e ci ringrazia di essere venuto a visitare il suo paese. Cerchiamo anche un paio di cappelli di paglia per la biciclettata di domani ma non li troviamo.
Ripartiamo e arriviamo al tempio quasi per ora di pranzo ma decidiamo prima di andare a vedere le tartarughe. Il luogo dove queste vengono curate fin da piccole per poi essere rimesse in libertà è molto piccolo e pieno di mini vasche, ognuna con il suo piccolo inquilino nascosto sotto la sabbia.

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Dai…non fare la vergognosa!!

Ce ne sono anche un paio più grandi che sono tenute in uno spazio decisamente non adeguato a loro. All’esterno poi ci sono un paio di gabbiette con le normali tartarughe di terra che si vedono anche in Italia e una grande piscina dove pare viva un grande esemplare di tartaruga a guscio molle, ovviamente impossibile da vedere perché passa tutto il giorno nascosto al fresco sotto la sabbia.

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Noi e la tartaruga!

Nel complesso, a parte aver conosciuto questo buffo esemplare di tartaruga, la visita non ci regala grosse emozioni. Spero che almeno il fine con il quale portano avanti questo progetto sia dei più nobili e che noi, con il piccolo contributo del biglietto, abbiamo un po’ aiutato questa causa.
Uscendo ci mangiamo un piatto di noodles e poi ci incamminiamo di nuovo verso casa. Stavolta tiriamo dritti senza neanche una sosta e verso le 4 siamo di nuovo a Kratie.

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Il villaggio galleggiante di pescatori…vietnamiti!

Ci viene in mente che potremmo trovare i nostri cappelli al mercato centrale, quindi ci facciamo un salto veloce ed effettivamente ne troviamo un paio che ci stanno benissimo (cioè, ed Erika sta benissimo il suo, io sembro un po’ un idiota ma la butto sul ridere). Ci prendiamo anche due milkshake nel nostro ristorante all’angolo, il Tokae.

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Quanto ci sentiamo fighi con i nuovi cappelli!!

Andiamo poi a prenotare la nostra escursione di domani. All’agenzia consigliata dalla LP ci sparano un prezzo veramente troppo alto e il programma non ci convince gran che: non è infatti previsto un ritorno a Kratie nell’itinerario e, se proprio si vuole, occorre arrangiarsi da soli. A questo punto torniamo in bici per conto nostro! Parlando con il gestore del nostro hotel troviamo invece una formula che ci convince: all’andata, per la sponda ovest del fiume, prendiamo una guida che vi farà strada e ci metterà in contatto con il villaggio dove poter alloggiare in una homestay, mentre per il ritorno ci arrangeremo da soli. La cosa che ci piace poco è che la guida sarà in motorino mentre noi in bici, della serie “c’ho poca voglia de lavorà”.
A cena andiamo invece in un ristorante ricavato nel grande garage di un’abitazione; ci sembra a conduzione cinese e anche se non siamo euforici, di solito questo è sinonimo di cibo commestibile. Infatti mangiamo decentemente e poi andiamo a dormire presto, pronti per la sfacchinata di domani.

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La coppia Vogue

Alle 7e30 di mattina ci troviamo già “colazionati” con la nostra guida di fronte all’hotel. Da una rapida occhiata capiamo che non si ammazzerà di lavoro, ma siamo ancora fiduciosi, magari ci stupisce.
E invece no. Si piazza di fronte a noi a distanza di una ventina di metri, in modo che sia impossibile comunicare e ad una velocità ridicola per una motorella ci fa strada annoiato. Meno male che lo abbiamo pagato per farci scoprire gli angoli nascosti di questa terra…

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Un mix tra atleticità e stile

Almeno non dobbiamo pensare alla strada ne ai vari traghetti per attraversare il Mekong (ne dovremo prendere tre oggi) e ci possiamo quindi concentrare sul paesaggio che, sulla costa ovest è molto più selvaggio e autentico di quello visto ieri nella sponda est.

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Il primo caronte sul Mekong

La strada è completamente non asfaltata e ogni tanto incontriamo dei villaggi di contadini della stagione secca: si perché qui vicino al Mekong, nella stagione delle piogge si allaga tutto rendendo impossibile la coltivazione dei campi. Sti cambogiani se ne inventano una più del diavolo per starsene a non far niente sull’amaca.

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Un tuffo nella Cambogia autentica

Alle 11e30 la nostra guida ci chiede se abbiamo fame, lo ringraziamo del pensiero ma gli diciamo di no che ancora è presto per noi, ma lui ha fame e quindi si ferma lo stesso. Mi sembra giusto, il cliente prima di tutto. Sfamatosi ripartiamo. Lo vediamo sempre più provato da questa intensa giornata di lavoro, sbadiglia in continuazione, si ferma ad aspettarci sempre all’ombra di un grosso albero e soprattutto si annoia a morte ad andare a quella velocità in motorino. Porello. Se solo non lo pagassimo un’eresia mi farebbe quasi pena.
Dopo un’altra decina di chilometri attraversiamo di nuovo il Mekong con un traghettino e al primo villaggio mangiamo anche noi.

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Pronti a salpare di nuovo!

L’ultima tappa ci porta a prendere un passaggio su una barca per arrivare all’isola dove passeremo la notte. Qui, dopo altri 8 km su uno stretto sentiero tra i campi, arriviamo in un villaggio di palafitte dove il “sindaco” ci accoglie per portarci alla nostra homestay. Qui infatti si sono organizzati che a turno ogni famiglia che può, ospita dei turisti, che pagano, oltre all’alloggio, anche ogni pasto che consumano. Ovviamente non c’è modo di evitare di pagare per i pasti visto che qui non esistono né supermercati ne locali.
Ci portano dalla nostra famiglia ospitante e ci preparano velocemente una camera e un letto dove stare. Ce la preparano nel senso che fino a quel momento non esisteva; la casa a palafitta infatti è su di un unico piano rialzato e non ha pareti divisorie. Tranne l’angolo per la cucina (una base di cemento rettangolare su cui poter accendere il fuoco) il resto della casa è tutto un enorme spazio comune senza mobili: si mangia per terra, si siede per terra e si dorme su dei piccoli materassi, per terra ovviamente. La casa è chiusa su due lati mentre su altri due è aperta; qui il freddo non è di certo un problema. Per preparare la nostra suite, stendono un materasso in terra, lo coprono con una zanzariera e poi tirano due tendine per darci un po’ di privacy. Et voilà.

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La palafitta…con il suo guardiano!

Dopo una giornata faticosa abbiamo bisogno di farci una doccia per toglierci il sudore di dosso. Prima una delle figlie più piccole ci accompagna sul retro della casa, che dà proprio sul Mekong, per farci fare il bagno nel fiume. Nonostante l’acqua tutt’altro che limpida io mi tuffo insieme a loro e mi rinfresco un poco. Erika decide saggiamente di aspettare la doccia vera e propria.
In una piccola stanzetta fatta di lamiera con il pavimento in pietra, un grosso bidone di acqua piovana e una scodella sono tutto ciò che serve per lavarsi adeguatamente.

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Godersi il tramonto…

 

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…e provare qualche scatto artistico!

Dopo esserci rigenerati diciamo al padre di famiglia, mai mosso dalla sua amaca da quando siamo arrivati, che andiamo a fare una passeggiata, o meglio glie lo mimiamo visto che non abbiamo una lingua comune con la quale intendersi. La strada del villaggio è una sola e a destra e a sinistra si susseguono le palafitte tutte costruite con gli stessi criteri. Ad un certo punto vediamo anche qualcosa che assomiglia un bar ma vende solo fantastiche birre e coca-cola calde. Qui l’elettricità non c’è ed evidentemente anche il ghiaccio è troppo costoso. Posso affrontare tutto ma la birra calda non riesco quindi a malincuore ci allontaniamo.
Passiamo di fronte anche a quella che sembra una scuola dove ci sono una ventina di bambini che giocano e alcuni di loro sono truccati come da fantasmi, con degli inquietanti occhi cerchiati di nero. Quasi ci mettono paura! Poco più in giù invece degli altri bambini molto più pragmatici stanno tirando giù da un albero altissimo dei piccoli frutti con un canna di bambù anch’essa altissima. Provo ad avvicinarmi a uno di questi per farmi spiegare cosa sono e anche (sì, lo confesso) per far sì che me ne offra uno. Ma lui si acciglia, si stringe al petto il prezioso bottino e se ne va guardandomi di sottecchi. Ok, rimarrò col dubbio.
Torniamo verso casa e, meraviglia delle meraviglie, il padre non è più sull’amaca!! Sentiamo un gran baccano provenire dal retro e sia lui che due delle figlie sono concentratissimi attorno a una macchina rumorosissima. Scopriamo essere il macchinario che serve a togliere ai chicchi di riso la scorza. Stiamo per un po’ ad osservare questo spaccato di vita quotidiana che ruota attorno ad antichi rituali anche se portati avanti con le semplificazioni che la tecnologia oggi assicura. Il riso è l’alimento principale, la base dell’alimentazione di tutta l’asia, e questo è riflesso anche nell’estrema cura che ogni componente della famiglia mette nel compito che sta svolgendo per non perdere neanche un chicco del prezioso cibo.

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La sgranatura del riso

Poco dopo ci viene servita la cena. Purtroppo non mangiamo con tutta la famiglia come vorremmo, questa ci viene preparata in un'altra casa, da un’altra donna, e poi portata nella casa dove siamo. Ci sediamo in terra e mangiamo, ma siamo gli unici a farlo. Pensiamo che la nostra famiglia che ci ospita mangerà più tardi e questo ci dispiace: non ci sentiamo integrati. Ci sentiamo estranei che guardano questa vita da un oblò. Noi vorremmo partecipare non essere soltanto spettatori; ma probabilmente non tutti i turisti che vengono qui sono pronti per una esperienza di completa immersione nella cultura locale, con tutte le difficoltà che questo comporta, e quindi loro sono costretti a trovare delle vie di mezzo.
In realtà poi scopriamo che la famiglia che ci ospita non ha un vero e proprio momento in cui cenano tutti insieme. Ognuno passa il tempo come può, c’è chi guarda il telefono, chi il pc, chi è sdraiato a guardare il soffitto e chi cucina. Poi alla spicciolata, quando evidentemente il languorino si fa più intenso, si avvicinano alla pentola, prendono la cena e si siedono da qualche parte a mangiare. Le tre figlie chiacchierano un po’ insieme mentre mangiano ma tutta la scena è lungi dall’essere quello che noi consideriamo un pasto in famiglia. Sembra più un pasto tra coinquilini all’università: ognuno fa quello che vuole.
Dopo un po’ ci sentiamo decisamente stanchi e in più svegli non sappiamo cosa fare. Ce ne andiamo quindi a dormire anche se nelle orecchie abbiamo almeno tre musichette diverse di giochini per cellulari, che le figlie sparano a tutto volume nella casa.
Il mattino seguente ci svegliamo molto presto, alle 5e30, in modo da arrivare a Kratie prima che faccia un caldo incredibile. Alle 6 siamo già in strada e riusciamo a prendere il primo traghettino per la terra ferma.

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Nell’attesa della partenza…impariamo a costruire una rete

La lacrimuccia stavolta non scende. E’ stata sicuramente un’esperienza autentica, una vera homestay, ma, come ho già detto, con un occhio di riguardo nei nostri confronti eccessivo, che non ci ha permesso di partecipare alla vita reale ma di esserne solo testimoni.
Facciamo un abbondante colazione non appena sbarcati e poi prendiamo subito un ritmo invidiabile. Oggi sembriamo non sentire la fatica, complice anche il fresco, e tiriamo come dannati.

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Ultimo scatto prima della corsa folle!

Erika si diverte anche a tirare un po’ senza dirmelo: io mi trovo dietro di lei che fatico non poco a starle dietro mentre penso che lei stia andando al suo ritmo normale…Perché non riesco a tenere il suo passo? mi sarò impippito così tanto? Avrò bucato? Si sarà dopata?...tutti questi pensieri mi affollano la mente quando di botto rallenta. Io me ne accorgo all’ultimo secondo e scarto di lato dicendogli “ma che cacchio fai?” e lei placidamente “torno al ritmo normale che non ce la faccio più a tirare”…”MA DIRMELO NO CHE STAVI CORRENDO?? Io ero qui che mi scervellavo perché faticavo tanto a stare dietro al tuo ritmo che pensavo normale! Mi erano quasi presi i complessi!!” ci facciamo una grande risata e continuiamo.
Arriviamo a Kratie alle 11 circa e andiamo subito a lasciare le bici. Prendiamo anche la nostra roba e cambiamo alloggio. Infatti questa avventura di due giorni con una guida VERA poteva essere veramente eccezionale, invece che nella norma; quindi non vogliamo più dare un centesimo a chi l’ha organizzata.
Ci dirigiamo al Tokae e scopriamo che sopra ha una guesthouse deliziosa. Il costo è ottimo, ha un terrazzo che dà proprio sul mercato e sul tetto un grande spazio comune coperto, da cui si gode un ottima vista sulle vie sottostanti. Un posto magnifico, se solo l’avessimo scoperto prima!! Comunque meglio tardi che mai. Ci accomodiamo, mangiamo un boccone al ristorante al primo piano e poi ci mettiamo sul tetto con i nostri pc a scrivere un po’.

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Il nostro posto anche a Kratie!

Dopo poco scoppia anche un violentissimo temporale, uno dei più forti ai quali abbiamo assistito qui nel Sud Est Asiatico: i monsoni stanno veramente iniziando. Velocemente tutto si allaga e le strade diventano dei piccoli torrenti, nei quali i motorini arrancano a fatica con le gomme immerse in qualche centimetro d’acqua. Dopo una buona mezz’ora lo scroscio finisce e continua solo una leggera pioggerellina.

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Al riparo dai monsoni…per un soffio!!

Ci andiamo a fare una doccia poi scendiamo per cena. Andiamo a letto presto che domani, oltre alla corsetta mattutina, abbiamo l’autobus per Modulkiri!!

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