• Koh Ngai - La quiete dopo la tempesta

  • Puerto Natales - Le mitiche vette di Torres del Paine

  • Nubra Valley - Il passo più alto del mondo in sella alla Royal Enfield (parte I)

  • Agra - La tomba della principessa

  • Coyaque e Villa Cerro Castillo – La prima vetta conquistata

  • El Calafate – Il ghiacciaio si scioglie

  • Ushuaia - La fine del mondo...o quasi

  • Esfahan: "we are a family now"

  • Iguazu Falls – La settima meraviglia del mondo...di corsa

  • Hampi - Una motorella nella preistoria

  • Siem Reap - Una civiltà perduta

  • Salar de Uyuni (e Uyuni) - Solo bianco intorno a noi

  • Cat Ba Island - Non svegliateci da questo sogno!

  • Parque Tayrona - Finalmente ai Caraibi

  • Quilotoa Loop Part II - Il lago nel vulcano

  • Samarcanda - Mille e un fiocco di neve

  • Huaraz - Un compleanno con la testa tra le nuvole e la coca

  • Osh - Una cavalcata nella neve

  • Copacabana - Il lago dove nacque il sole

  • Chennai - Il colorato Sud

  • Bariloche - La cartolina della Patagonia

  • Langmusi - Una religione da capire

  • Thakek - Il leggendario Loop (parte I)

  • Luang Nam Tah - Il meraviglioso mondo di Keo (parte I)

  • Cusco e Machu Picchu - Dove enormi catene montuose e foreste si incontrano

  • Udaipur - Buon compleanno Erika!!!!

  • Bagan - "..dicovi ch’ell’è la più bella cosa del mondo.."

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Una lista "ragionata" di quello che abbiamo messo dentro ai nostri zaini

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Un dettaglio sui costi paese per paese in base alla nostra esperienza

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Il nostro blog

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Siem Reap - Una civiltà perduta

07 - 11 Maggio 2016

Dopo la vacanza alle isole tropicali e la faccenda del passaporto risolta siamo pronti per la prossima avventura: la Cambogia!!
Prendiamo l’autobus da Bangkok diretto a Siem Reap, la città più famosa della Cambogia per i suoi templi di Angkor. L’autobus è al 100% turistico, non uno di quegli autobus pieni di gente del posto con le buste come valigie, ma ogni tanto è piacevole essere dotati di tutti i comfort: aria condizionata regolabile (di solito o non c’è oppure è sparata a 1000 senza possibilità di regolazione), wifi dentro all’autobus, sedili confortevoli. Per un viaggio di 10 ore questo set up è perfetto e il viaggio scorre tranquillo…fino ad un certo punto!!

Quando ci avviciniamo al confine con la Cambogia l’autobus si ferma ed entrano due ragazzi thailandesi in divisa chiedendoci i passaporti…con tutto quello che ci è successo con i passaporti ne siamo molto gelosi e non lo diamo in giro così! Ci spiegano poi che ci vogliono facilitare le procedure doganali, quindi si occuperanno loro di richiedere il visto cambogiano in frontiera mentre noi possiamo stare tranquillamente seduti in autobus a goderci l’aria condizionata. Per come siamo fatti noi e per lo spirito con cui stiamo viaggiando in cui ogni frontiera attraversata rappresenta una conquista personale, dirci che possiamo stare comodamente seduti ci dà ai nervi, noi vogliamo essere nel pieno dell’azione, ci piace fare da soli, imparare, vedere, provare sulla nostra pelle!! In più ci chiedono 40$ per espletare tutte le operazioni doganali per conto nostro, dicendoci che sono solo 3$ in più rispetto al costo del visto in frontiera! Con tutta la fretta che mettevano nella decisione e con l’effetto sorpresa è molto facile far credere qualsiasi cosa…ma non a noi!! Ci ricordiamo che il costo del visto cambogiano fatto in frontiera è molto minore, quindi andiamo subito a controllare su internet (hanno messo la wifi nell’autobus e adesso si prendono le conseguenze!). E infatti il costo della e-Visa (quella che si può fare su internet e che ci mette 3 giorni per essere emessa) è di 37$, mentre il visto in frontiera costa 30$, quindi ci stanno facendo credere di pagare il loro servizio 3$, ma in realtà loro si prendono 10$ per ciascuno puliti puliti!! Eh no!!!
I due ragazzi però lasciano anche l’opzione di poter fare tutto da soli in frontiera (e ci mancherebbe pure!!), ma iniziano a dire che c’è sempre molta fila nel lato cambogiano e che potremmo aspettare delle ore, naturalmente l’autobus ci aspetterà ma gli altri passeggeri che hanno deciso per il servizio all inclusive potranno essere non contenti di aspettare così tanto! Nel frattempo che si svolgono tutte queste discussioni continuiamo a leggere su internet e vediamo le recensioni di molte persone che dicono di stare attenti alle fregature che si svolgono nell’autobus Bangkok-Siem Reap, alcuni parlano proprio della fregatura del visto cambogiano, ma altri sembrano parlare di problemi più seri senza però dare indicazioni precise. Andiamo nel panico: non ci preoccupa fare tutto da soli, non ci preoccupa fare una o due ore di fila in frontiera, ma cosa succedere durante quell’attesa? E se l’autobus riparte senza di noi con i nostri zaini? Va beh, ma gli altri passeggeri ci hanno visto, si accorgerebbero della nostra mancanza. E se l’autista li convince che siamo stati noi a dirgli di partire e che abbiamo ripreso i nostri zaini? Non sappiamo come comportarci, ma alla fine decidiamo di rischiare.
All’arrivo in frontiera facciamo amicizia con una coppia di ragazzi, spieghiamo loro le nostre preoccupazioni e ci scambiamo il numero di telefono così che se l’autobus parte senza di noi possono avvisarci. E poi inizia la corsa…vogliamo cercare di fare tutte le procedure il più veloce possibile. Entriamo nella dogana thailandese e riceviamo subito il timbro di uscita, poi camminiamo fino alla frontiera cambogiana. Nel percorso vedo il ragazzo thailandese con i passaporti di tutti gli altri nostri compagni di autobus e accelero il passo per arrivare all’ufficio visti prima di lui. Quando arriviamo siamo solo noi, nessun tipo di fila. Il funzionario ci chiede 30$ come previsto, più 100 bath a testa che ci rifiutiamo di pagare (nelle nostre ricerche su internet avevamo letto che spesso chiedono “tangenti” in questa frontiera ma che non c’è scritto da nessuna parte che devono essere pagate). In 5 minuti i nostri visti sono pronti, andiamo quindi a farci mettere il timbro di ingresso e raggiungiamo l’autobus prima che i passaporti di tutti gli altri fossero pronti. Tutti ci guardano arrivare con sorpresa (siamo stati gli unici a scegliere di fare tutto da soli!), ci riempiono di domande: quanto avete pagato? Ma quindi non c’era fila? Non è stato complicato? Etc etc…e rispondendo alle domande ci accorgiamo che tutti erano convinti che il visto in frontiera costasse 37$. Si rendono tutti conto della fregatura e si mangiano le mani per esserci cascati, noi invece siamo fieri di noi, della nostra voglia di fare, della nostra attenzione ai particolari!! CHE SQUADRA!!
Quando l’autobus riparte finalmente ci tranquillizziamo delle paure che avevamo prima e ci godiamo le ultime ore di viaggio al calar della sera.
Arriviamo a Siem Reap alle 7 di sera, sappiamo già dove andare a dormire, durante il viaggio avevamo guardato un po’ di siti internet per scegliere un posto economico, carino ma lontano dalla vita mondana. Appena scendiamo dall’autobus una folla di guidatori di tuk tuk ci assale, ma noi li scansiamo tutti e andiamo a piedi, è solo 1 km!!
Finalmente giungiamo a destinazione dopo una giornata che, non sembra, ma è stata faticosa! Ci sistemiamo in stanza e ci godiamo il ristorante della guesthouse...non vogliamo più muovere un passo per stasera.

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Relax!!

Guardando il menu veniamo attratti subito da un piatto che si chiama Amok e ne prendiamo due versioni diverse, io con la carne e Marco con il pesce. Una scelta azzeccatissima: dopo più di 2 mesi di riso in padella con verdure e noodles finalmente il nostro palato può gustare qualcosa di totalmente diverso e dal sapore delicatissimo!! Ci accorgeremo poi di aver subito ordinato il piatto nazionale cambogiano!!
Dopo la gustosissima cena è ora di riposarsi, domani ci aspetta il giro dei templi!!
Ci svegliamo, non tanto presto, infatti fuori il sole già brucia, facciamo colazione in guesthouse poi noleggiamo le bici e partiamo alla volta di Angkor! Per prima cosa dobbiamo fare i biglietti di ingresso. Vediamo un cartello che ci indica di svoltare a destra e di proseguire per 900 m per arrivare in biglietteria, ma dopo più di 1 km non si vede nulla quindi torniamo indietro verso il punto che Maps.me indica come biglietteria. Quando arriviamo ci viene dette che quella non è più la biglietteria ma solo un punto di controllo dei biglietti, quindi rigiriamo le bici e mestamente torniamo verso il cartello che abbiamo visto prima. Continuiamo dritto per 2 km (e non 900m!!) e finalmente la troviamo.

”Angkor
I 900 m più lunghi mai percorsi

Facciamo il biglietto per 3 giorni, con tanto di foto…ammazza quanto siamo diversi da quando siamo partiti!!
Riprendiamo le bici e ci dirigiamo verso uno dei punti di accesso…e intanto si sono fatte le 11 e il caldo torrido ci toglie il fiato!
I templi da vedere sono tanti, guardando la mappa e le descrizioni ci costruiamo un giro personalizzato. Oggi andremo a vedere i templi secondari, mentre ci lasciamo per ultimi i più belli: il famosissimo Angkor Wat e Bayon! Per evitare di passare davanti a questi e lasciarci la sorpresa della loro bellezza per il giorno dopo, ci programmiamo un giro in bici impressionante, in tutto saranno circa 40 km (mentre sarebbero potuti essere 20 se avessimo deciso di attraversare Angkor Wat…siamo stupidi, lo so!).
Siamo emozionati, abbiamo letto descrizioni straordinarie di questi templi e non vediamo l’ora di addentrarci in quella magia, anche se qualcosa ci dice che l’effetto sorpresa ce lo siamo un po’ perso avendo visto Ayuttaya.

[…]Angkor, uno di quei pochi, straordinari luoghi del mondo dinanzi ai quali ci si sente orgogliosi d’essere membri della razza umana; uno di quei posti in cui la grandezza è in ogni pietra, ogni albero, in ogni boccata d’aria che si respira. […] T. Terzani, Fantasmi

Entriamo dal check dei biglietti a est e l’atmosfera cambia completamente, siamo immersi nel verde della giungla…benchè sia una giungla con strade asfaltate che la solcano e ben curata, aggiunge sempre un po’ di magia sapere di esserne circondati. Ci fermiamo alle prime rovine che troviamo, per poi fermarci ad un tempio un po’ più grande e un po’ più intatto: Banteay Kdei.

”Angkor
Il primo assaggio dei templi

 

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I particolari bassorilievi

Qui iniziamo già a vedere l’imponenza di questi santuari Khmer che un tempo erano davvero completamente immersi nella giungla, da cui spiccavano ma da cui venivano anche posseduti.

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Quando basta la fantasia per giocare…

 

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Le preghiere all’altare

La dimostrazione di questo lo vediamo a Ta Prohm: un intreccio di opera umana e natura, una guerra perpetua tra l’artificio dell’uomo e la grandezza della natura. Qui infatti le rovine vengono sovrastate da alberi secolari le cui radici penetrano tra le mura del tempio e le sovrastano. Ma il risultato di questa lotta è una bellissima continuità, quasi non si distingue la fine delle mura e l’inizio dei tronchi d’albero con le loro radici e i loro rami intricati. Il risultato è davvero spettacolare e unico, è sicuramente un tempio che si distingue da tutti gli altri e noi restiamo per un bel po’ ad ammirare increduli l’opera congiunta di esseri umani e natura.

[…] Ta Prohm, il tempio più commovente, quello lasciato in pasto, “sacrificato”, alla giungla […] T. Terzani, Fantasmi

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L’eterna lotta tra natura e l’uomo

 

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La potenza estrema delle forze naturali...

 

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…e l’ingegno umano...

 

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…a creare un’opera dalla bellezza struggente!

Dopo questa meraviglia che ci ha fatto per un attimo perdere la concezione temporale, ritorniamo nel 21esimo secolo e ci accorgiamo anche che un certo languorino si sta trasformando in fame. Ci fermiamo nei baracchini davanti a Ta Prohm ma l’unica cosa che riusciamo a mandare giù è un gelato e un po’ di frutta fresca. Il caldo oggi è insopportabile, beviamo in continuazione e aneliamo solo cose fresche. Nondimeno, ci rimettiamo in cammino con le nostre bici e il sole a picco.
Adesso la destinazione, ultima meta di oggi, è Preah Khan, uno dei templi più a nord. La strada più veloce sarebbe passare per Angkor Thom, ma per la questione dell’effetto a sorpresa ci ritroviamo a fare un giro arzigogolato in cui siamo costretti ad abbandonare la strada asfaltata per prendere delle stradine sterrate secondarie in cui non si vedono più passare i tuk tuk carichi di turisti, ma solo qualche scooter con in sella cambogiani. Ovviamente le cose normali non ci piacciono, ma siamo felici di trovare dei percorsi meno battuti anche nelle attrazioni turistiche più famose.

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Perdersi tra i templi con le bici

Ad un certo punto ci ritroviamo anche ad affrontare un ponte unicamente pedonale in cui siamo costretti a portare le bici in spalla. Qui riusciamo anche a vedere uno spaccato di vita cambogiana, ci sono decine di ragazzi e ragazze che si stanno facendo il bagno nel fiumiciattolo che il ponte attraversa. Siamo quasi felici di aver trovato un posto in cui poterci rinfrescare ma poi guardiamo bene l’acqua e decidiamo che aspettiamo di farci la doccia in guesthouse!!
Alla fine riusciamo ad arrivare a Preah Khan, uno dei più grandi templi di Angkor. La particolarità del tempio è qui si fondono Buddismo e Induismo: la parte ad est è Buddista, mentre nelle altre direzioni diventa Induista. Notiamo poi che nella parte est le porte sono tutte della stessa dimensione, invece nella parte Induista le dimensioni diminuiscono progressivamente.

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Il corridoio induista

 

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La coesistenza di opera umana e forze della natura

 

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La piccola adulta combattuta tra il suo precoce lavoro e l’istinto di giocare

Ci divertiamo a fare le ultime foto, ma alla fine siamo esausti, il caldo ci ha sfiancato e per oggi la visita ai templi può bastare…peccato che adesso però per tornare in guesthouse tocca fare 20 km di bici, sempre per la nostra fissazione di non passare per la strada che passa per i due templi più famosi. Quando riusciamo a raggiungere la guesthouse facciamo gli ultimi metri di corridoio strisciando dalla stanchezza!! In tutto ciò, però, sono già le 18 e non ci possiamo permettere di riposarci troppo se vogliamo uscire per cena.
Quando usciamo ci dirigiamo verso il centro di Siem Reap che ci fa la stessa impressione di ieri sera, è tutto troppo turistico, falso, costruito, insomma una Disneyland per i turisti, per trovare qualcosa di autentico si dovrebbe davvero andare molti chilometri fuori dal centro storico. Non ci affascina per niente, ma abbiamo qualche task da compiere oltre alla cena: ritirare i dollari e cercare di cambiare i bath thailandesi nei riel cambogiani. L’ultima cosa sembra impossibile, è da ieri che cerchiamo di approvvigionarci di moneta locale, ma qui in realtà si ragiona solo in dollari. Sembra che la loro moneta ci sia ancora solo per avere un simbolo nazionale, ma anche il baracchino più fatiscente ti chiede i dollari. Assurdo!! Noi ci ostiniamo nella ricerca, ma riceviamo solo NO. Alla fine ci arrendiamo e aspettiamo domani che riaprano le banche per poter cambiare questi benedetti bath che ci sono avanzati. Anche cambiarli in dollari non è conveniente nelle agenzie sparse per tutto il centro perché cercano di fregare con il tasso di cambio. Va bene, rimandiamo il task moneta a domani e adesso preoccupiamoci della cena.
Mangiamo in un baracchino il solito fried rice e ce ne torniamo velocemente in camera per sprofondare in un sonno profondo. Domani mattina abbiamo deciso di andare a vedere l’alba ad Angkor Wat e la sveglia suonerà inesorabile alle 4:30!!
…e la sveglia suona inesorabile alle 4:30!!! E pensare che io un tempo a quest’ora rientravo a casa :P!! Con molta fatica ci alziamo, ci vestiamo e usciamo a prendere le bici…il tutto molto meccanicamente, il cervello è ancora in uno stato di torpore. Ma nei nostri cuori sta crescendo la magia per il momento che ci sta aspettando.

[…] Con i miei figli ho passato giorni senza precedenti tra le rovine. Da soli, assolutamente soli, abbiamo visto il sole sorgere da dietro la torre centrale di Angkor Wat; in compagnia di due vecchi bonzi che prima ci hanno salmodiato, per augurarci ogni bene, <l’inno della vittoria>, seduti sulla vetta di quella torre centrale abbiamo visto lo stesso sole precipitarsi, come fa ai tropici, dietro la silhoutte lontana delle palme da zucchero contro un cielo glorioso di rossi ed arancioni. […] T. Terzani, Fantasmi

Mentre sfrecciamo in bici per cercare di arrivare in tempo già capiamo che non è più come descrive Terzani, purtroppo. Diciamo che andare a vedere l’alba ad Angkor Wat è diventato come andare al centro commerciale quando piove. Decine di tuk tuk con turisti ci sorpassano e corrono verso il magico tempio per permettere ai loro clienti di potersi godere lo spettacolo. Ci mettiamo il cuore in pace del fatto che non saremo neanche lontanamente soli. Come se non bastasse l’alba esplode sotto i nostri occhi mentre ancora mancheranno 10 minuti all’ingresso di Angkor Wat…abbiamo decisamente calcolato male i tempi. E, qui ai tropici, 10 minuti bastano per passare da notte a giorno completo.
Quando riusciamo finalmente ad arrivare ad Angkor Wat vediamo fiumi di turisti e i colori dell’alba già dispersi…diciamo che avevamo un po’ sovrastimato l’esperienza. Il tempio comunque è davvero imponente, stupendo, un’opera d’arte e conserva la sua magia anche senza la luce rossastra dell’aurora e con centinaia di turisti. Ci immaginiamo quindi quello che poteva essere agli occhi di Terzani, a quel tempo doveva veramente essere una delle esperienze più magiche della vita!

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L’alba “perduta” ad Angkor Wat

Ci godiamo lo stesso Angkor Wat con le luci del primo sole del mattino, ce lo giriamo in lungo e in largo e riusciamo anche a fare qualche foto in cui non si vedono le persone intorno a noi.

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Particolari di Angkor Wat

 

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Senza parole…

Una volta terminata la visita, però, decidiamo di modificare un po’ i nostri piani e di tornare in guesthouse, purtroppo io mi sento male oggi e non me la sento di stare in giro tutto il giorno con il caldo soffocante!

Lo so che tutto questo è inevitabile e conosco bene il ragionamento con cui mi si dimostra che questo sviluppo è giusto; ma non posso rinunciare a dire: “Angkor è splendida ora. E così va vista”. Vista oggi, come la vide nel 1860 con immenso stupore Henry Mouhot, un naturalista francese che viaggiava nell’Indocina appena diventata colonia. […] Quella sorpresa che fu di Mouhot la si può rivivere oggi, perché Angkor è ancora parte della natura, è ancora circondata dalla giungla e chi ci arriva ha ogni volta di nuovo l’impressione di scoprirla. Grazie al suo essere remota, difficile da raggiungere, avvolta in un’immagine di mistero e di pericolo, Angkor non è ancora diventata un museo, non ci sono orari di apertura e di chiusura e i pochi “custodi” che a volte si vedono fra le rovine sono i contadini del posto, i bonzi di un tempio lì vicino, gli ex guardiani degli elefanti reali ora scomparsi a causa della guerra. T. Terzani, Fantasmi, Estratto da un articolo scritto nel 1992

Sono passati 24 anni da quando Terzani scriveva queste parole e ci dispiace molto dover dar ragione alle sue preoccupazioni riguardo allo sviluppo: Angkor è diventata un museo! Un bellissimo museo, ma pur sempre un museo!
Prima di rincasare andiamo in banca in cui riusciamo finalmente a cambiare i bath, metà con i dollari e metà con i riel…finalmente abbiamo la moneta locale!!! Dopo aver portato a termine questo “strano” obiettivo andiamo a riposarci in hotel. Sono le 10, sembra prestissimo, ma ci ricordiamo che abbiamo già vissuto 5 ore.
Mi accascio sul letto e non ci sono più per nessuno per qualche ora, mentre combatto con i miei dolori…con accanto il mio amore che mi coccola e mi fa sentire sempre a casa!! Nel dormiveglia inizio a sentire una cantilena provenire da fuori e scherzando dico a Marco: “ma quanto cantano questi?”. Quando poi mi risveglio dal torpore e decidiamo di uscire per pranzo capiamo da dove provenivano i canti lamentosi: nella casa proprio davanti alla nostra guesthouse si sta celebrando un funerale!!
A parte il dispiacere per la persona defunta, siamo anche molto curiosi di scrutare le tradizioni locali, quale migliore occasione. Dopo qualche ora però ci passa del tutto la curiosità e cominciamo a non poterne più: cantano tutto il giorno (con l’aiuto degli altoparlanti che diffondono la cantilena a tutto il vicinato…e noi siamo davvero tanto vicini) e cucinano ancora di più di quanto cantano, un odore costante di cipolla si alza nel vicolo. Nel frattempo che le donne tirano fuori i pentoloni più grandi che hanno per cucinare, gli uomini allestiscono tavoli, sedie e gazebi per il rinfresco. Il tutto in mezzo alla strada, lasciando solo un minimo passaggio a chi volesse passare. Preghiere, canti, cibo, carte, birra si alternano per 2 giorni consecutivi senza accennare a smettere. Il terzo giorno arriva una specie di carovana in cui posizioneranno la bara fatta con semplici assi di legno e la porteranno alla pagoda per essere bruciata. Ma noi ci perdiamo questa ultima fase…ma vi assicuro che non ci siamo persi neanche un canto!!
Il pomeriggio, quindi, che doveva essere rilassante per riprendermi dai dolori, lo passiamo invece con il mal di testa, cercando di lavorare al sito. Marco esce solo 10 minuti per andare al supermercato vicino alla guesthouse per comprare una bottiglia di vino!! Benedetta colonia francese!!! Finalmente siamo in una nazione in cui riusciamo a trovare bottiglie di vino al supermercato senza dover strapagare. Abbiamo quindi concordato con il padrone della guesthouse che stasera ceneremo nel suo ristorante, ma con il nostro vino!!
La cenetta romantica (sempre in mezzo a canti e rinfreschi che non accennano a finire nemmeno di sera) è a base di Amok e vino bianco, che non è di una qualità esagerata, ma dopo 4 mesi andrebbe benissimo anche il tavernello!! L’amok ci strega sempre di più e passiamo una serata memorabile ridendo come matti!!
Felici ci sdraiamo sul letto e prendiamo sonno, ma dopo qualche minuto mi sveglio di soprassalto urlando e implorando Marco di accendere la luce. Il poveretto era già in piena fase REM e gli faccio prendere un colpo. Accendiamo la luce e io mi precipito a chiudere tutte le finestre (che avevamo lasciato aperte per far entrare un po’ di fresco). Marco ancora non capisce cosa sia successo ma mi asseconda. Quando mi calmo riesco a raccontargli che mentre mi stavo addormentando ho sentito distintamente una voce che sussurrava lentamente “Eriiiikaaaaaa”! Ora voi vi metterete a ridere e mi prenderete per matta, proprio come ha fatto Marco che mi voleva quasi dare una sediata in testa per lo spavento che gli ho fatto prendere…ma io continuo a pensare che il morto della casa accanto sia venuto a chiamarmi!! :P
…e la sveglia suona inesorabile, questa volta alle 4:10. Primo pensiero: ma che ho fatto di male? Secondo pensiero: ma da chi ero posseduta ieri quando ho proposto di riprovare a vedere l’alba ad Angkor Wat anche oggi? Fatto sta che ormai siamo in ballo e oggi dobbiamo assolutamente riuscire ad arrivare al tempio prima che arrivi la luce rossastra della rugiada! Con fatica le gambe di mettono a spingere sui pedali della bici, è ancora notte fonda quando partiamo (ma gli adorabili commensali del funerale sono ancora lì a giocare a carte e le pentole sono sempre in azione!). La temperatura a quest’ora è perfetta, un leggero ventolino fresco si infila nei vestiti mentre pedaliamo dando un senso di benessere. Devo a malincuore ammettere che vivere così presto al mattino, con le luci soffuse, con la città ancora addormentata mi sta dando una certa soddisfazione! Stamattina vediamo un po’ meno tuk tuk sfrecciare davanti a noi, ma comunque non ci aspettiamo più il deserto. Parcheggiamo le bici che ancora fa buio e corriamo verso un punto che Marco aveva individuato ieri per poter fare belle foto.
Ci sediamo davanti a questo spettacolo e da quel posticino riusciamo anche a vedere di meno le orde di turisti…e devo ammettere che vale davvero la pensa vedere i templi Khmer con le prime luci del mattino, dà veramente l’impressione di essere immersi in un mondo mistico!!

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Finalmente…la magia dell’alba!

Ci godiamo fino in fondo la magia, la assaporiamo lentamente…finchè un gruppo di turisti con una guida si siede proprio nel punto in cui eravamo noi e iniziano a parlare tra di loro senza prendere la fiato…la magia è finita!!
Siamo soddisfattissimi della nostra impresa riuscita, non visitiamo di nuovo l’interno di Angkor Wat, ma andiamo a riprendere le bici per vedere l’ultimo tempio: il complesso di Angkor Thom con il suo particolare tempio Bayon. Quando arriviamo ci siamo solo noi, neanche i baracchini che vendono roba di mangiare per la strada sono aperti ancora, ci sono solo ragazzini in bici che, con addosso la loro divisa, stanno pedalando verso le loro scuole. Solo Angkor Wat è presa d’assalto all’alba e questo fa sì che a quest’ora gli altri templi siano pressoché deserti!
Andiamo prima alla Terrazza degli Elefanti che, proprio come suggerisce il nome, è una lunghissima terrazza nelle cui mura esterne sono presenti dei bassorilievi con figure di elefanti!

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La terrazza degli elefanti

Ci spostiamo poi a Baphuon, un tempio a forma di piramide che sta a rappresentare il monte al centro della città, esistente prima della costruzione di Angkor Thom.

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Benvenuti a Baphuon

 

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Il colonnato nascosto

 

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La modella improvvisata

Finiamo poi con il famosissimo Bayon, il cuore di Angkor Thom, famoso per le facce sorridenti di Avalokiteshvara scolpite nelle sue torri. E’ davvero impressionante, forse più di come ce lo aspettavamo, e stiamo qui un bel po’ per farci trascinare dalla potenza di questo posto e incatenarla dentro alle nostre foto! La visita ai templi di Angkor non poteva finire meglio di così!!!

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Un caloroso benvenuto a Bayon!

 

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Ci sentiamo osservati!!

 

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Arrivederci Angkor!

Anche oggi torniamo in guesthouse alle 11, ma data la sveglia alle 4, abbiamo già vissuto una buona parte di vita! La nostra speranza di riposare viene meno anche oggi a causa del funerale che sta andando avanti a suon di preghiere, birra e cipolle!! Ci mettiamo allora nella sala comune a portare avanti il sito e ad organizzare i prossimi spostamenti. Usciamo solo per pranzo per andare alla nostra “tavola calda” di fiducia, vicino alla guesthouse, in cui servono cibi locali e in cui siamo le uniche facce non asiatiche! Nel tardo pomeriggio andiamo poi a fare la SIM cambogiana e, per cena, assecondo il desiderio di zozzerie di Marco andando al Burger King…ma non è che io schifo le patatine fritte dopo mesi e mesi di riso e noodles!!
Dopo cena ci facciamo un giro veloce al mercato notturno, in cui Marco arricchisce la sua collezione di maglie della birra, comprando la maglia della Angkor Beer. Poi, esausti, ci tuffiamo nel letto…stasera senza nessun fantasma che chiama!!

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 "Un indovino mi disse" T. Terzani

 

 

"Muovendomi fra l'Asia e l'Europa in treno, in nave, in macchina, a volte anche a piedi, il ritmo delle mie giornate è completamente cambiato, le distanze hanno ripreso il loro valore e ho ritrovato nel viaggiare il vecchio gusto di scoperta e di avventura.

D'un tratto, senza più la possibilità di correre a un aeroporto, pagare con una carta di credito, schizzar via ed essere, in un baleno, letteralmente dovunque, sono stato costretto a riguardare al mondo come a un intreccio complicato di paesi divisi da bracci di mare che vanno attraversati, da fiumi che vanno superati, da frontiere per ognuna delle quali occorre un visto: e un visto speciale che dica "via terra", come se questa via, specie in Asia, fose nel frattempo diventata così insolita da rendere automaticamente sospetto chiunque si ostini a usarla.

Spostarsi non è stato più questione di ore, ma di giorni, di settimane. Per non fare errori, prima di mettermi in viaggio, ho dovuto guardare bene le carte, rimettermi a studiare la geografia. Le montagne sono tornate a essere possibili ostacoli sul mio cammino e non più delle belle, irrilevanti rifiniture in un paesaggio visto da un oblò.

Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m'ha ridato il senso della vastità del mondo e sopratutto m'ha fatto riscoprire un'umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l'esistenza: l'umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.

Impormi di non volare è diventato un gioco pieno di sorprese. A far finta, per un po', d'esser ciechi si scopri che per compensare la mancanza della vista, tutti gli altri sensi si affinano. Il rifiuto degli aerei ha un effetto simile: il treno, con i suoi agi di tempi e i suoi disagi di spazio, rimette addosso la disusata curiosità per i particolari, affina l'attenzione per quel che si ha attorno, per quel che scorre fuori dal finestrino. Sugli aerei presto si impara a non guardare, a non ascoltare: la gente che si incontra è sempre la stessa; le conversazioni che si hanno sono scontate. In trent'anni di voli mi pare di non ricordarmi di nessuno. Sui treni, almeno quelli dell'Asia, no! L'umanità con cui si spastiscono i giorni, i pasti e la noia non la si incontrerebbe altrimenti e certi personaggi restano indimenticabili.

Appena si decide di farne a meno, ci si accorge di come gli aerei ci impongono la loro limitata percezione dell'esistenza; di come, essendo una comoda scorciatoia di didtanze, finiscono per scorciare tutto: anche la comprensione del mondo. Si lascia Roma al tramonto, si cena, si dorme un po' e all'alba si è già in India.

Ma un paese è anche tutta una sua diversità e uno deve pur avere il tempo di prepararsi all'incontro, deve pur fare fatica per godere della conquista. Tutto è diventato così facile oggi che non si prova più piacere per nulla. Il capire qualcosa è una gioia, ma solo se è legata a uno sforzo. Così con i paesi. Leggere una guida, saltando da un aeroporto all'altro, non equivale alla lenta, faticosa acquisiszione - per osmosi - degli umori della terra cui, con il treno, si rimane attaccati.

Raggiunti in aereo, senza un minimo sforzo nell'avvicinarli, tutti i posti diventano simili: semplici mete separate fra di loro solo da qualche ora di volo. Le frontiere, in realtà segnate dalla natura e dalla storia e radicate dalla coscienza dei popoli che ci vivono dentro, perdono valore, diventano inesistenti per chi arriva e parte dalle bolle ad aria condizionata degli areoporti, dove il "confine" è un poliziotto davanti allo schermo di un computer, dove l'impatto con il nuovoè quello con il nastro che distribuisce i bagagli, dove la commozione di un addio viene distratta dalla bramosia del passaggio obbligato attraverso il "free duty shop", ormai uguale dovunque.

Le navi si avvicinano ai paesi entrando con lento pudore nelle bocce dei loro fiumi: i porti lontani tornano ad essere delle agognate destinazioni, ognuna con la sua faccia, ognuna con il suo odore. Quel che un tempo si chiamavano i terreni d'aviazione erano anche loro un po' così. Oggi non più. gli aeroporti, falsi come messaggi pubblicitari, isole di relativa perfezione anche nello sfacelo dei paesi in cui si trovano, si assomigliano ormai tutti: tutti parlano nello stesso linguaggio internazionale che da a ciascuno l'impressione di essere arrivato a casa. Invece si è solo arrivati in una qualche periferia da cui bisogna ripartire, in autobus o in taxi, per un centro che è sempre lontanissimo.

Le stazioni invece no, sono vere, sono specchi delle città nel cui cuore sono piantate. Le stazioni stanno vicino alle cattedrali, alle moschee, alle pagode o ai mausolei. una volta arrivati li, si è arrivati davvero."


T. Terzani, "Un indovino mi disse"


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