• Chennai - Il colorato Sud

  • Cat Ba Island - Non svegliateci da questo sogno!

  • Esfahan: "we are a family now"

  • Samarcanda - Mille e un fiocco di neve

  • Osh - Una cavalcata nella neve

  • Coyaque e Villa Cerro Castillo – La prima vetta conquistata

  • Nubra Valley - Il passo più alto del mondo in sella alla Royal Enfield (parte I)

  • Koh Ngai - La quiete dopo la tempesta

  • Bariloche - La cartolina della Patagonia

  • Salar de Uyuni (e Uyuni) - Solo bianco intorno a noi

  • Luang Nam Tah - Il meraviglioso mondo di Keo (parte I)

  • Iguazu Falls – La settima meraviglia del mondo...di corsa

  • Quilotoa Loop Part II - Il lago nel vulcano

  • Huaraz - Un compleanno con la testa tra le nuvole e la coca

  • Cusco e Machu Picchu - Dove enormi catene montuose e foreste si incontrano

  • Agra - La tomba della principessa

  • Copacabana - Il lago dove nacque il sole

  • Parque Tayrona - Finalmente ai Caraibi

  • Bagan - "..dicovi ch’ell’è la più bella cosa del mondo.."

  • El Calafate – Il ghiacciaio si scioglie

  • Langmusi - Una religione da capire

  • Thakek - Il leggendario Loop (parte I)

  • Ushuaia - La fine del mondo...o quasi

  • Hampi - Una motorella nella preistoria

  • Siem Reap - Una civiltà perduta

  • Udaipur - Buon compleanno Erika!!!!

  • Puerto Natales - Le mitiche vette di Torres del Paine

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Una lista "ragionata" di quello che abbiamo messo dentro ai nostri zaini

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Un dettaglio sui costi paese per paese in base alla nostra esperienza

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Il nostro blog

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Thakek - Il leggendario Loop (parte I)

28 - 30 Marzo 2016

Arriviamo a Thakhek poco dopo l’ora di pranzo. La stazione degli autobus manco a dirlo è lontana dal centro città e anche dalla guesthouse dove vorremmo pernottare, se non altro perché fa un caldo asfissiante e sotto questo sole ci pesa anche andare a cercare un tuk tuk, figuriamoci camminare per due kilometri!
Contrattiamo abbastanza duramente con i guidatori dei tuk tuk stesi nelle loro amache sul retro dei loro mezzi: con i laotiani in queste ore è come parlare al vento: alzarsi dalle loro amache è un favore che ti stanno facendo e se non ti sta bene il loro prezzo tanto meglio, hanno una scusa per riposarsi un altro po’. Riusciamo comunque a spuntare un prezzo decente e andiamo alla guesthouse. La lonely planet dice che questa è l’unica dove si possano recuperare delle informazioni sul famigerato loop, il giro di 3-4 giorni in moto per queste zone. Questa affermazione è abbastanza fuorviante. Infatti benchè qui ci sia una raccolta di tanti diari di persone che hanno fatto questa esperienza, un qualsiasi negozio che affitta le moto ti fornisce alla partenza una mappa con il percorso e i punti di interesse, altro non serve sapere.

Un'altra cosa è che la LP sconsiglia in tutti i modi di affrontare questo percorso con le motorelle (i motorini da 125cc, principale mezzo di spostamento qui in Laos), arrivando a definire quasi pazzo chi tenta una cosa del genere. Bè io di pazzi ne ho visti veramente tanti, direi la quasi totalità, però anche a noi, leggendo queste parole, ci era venuto il dubbio di prendere una moto seria, magari da enduro. Il costo era decisamente più alto e Erika non avrebbe potuto guidarla. Dopo aver letto di tante persone che avevano affittato la motorella e non avevano avuto particolari problemi abbiamo deciso di fare così anche noi. E’ in questo modo che siamo arrivati a Mr. Ku.
Mr. Ku è il gestore di un piccolo affitta-motorelle proprio attaccato alla guesthouse dove siamo. La cosa ottima è che ti permette di provare la motorella la sera prima della partenza per assicurarti che non abbia nulla che non va. Inoltre ti fornisce molte informazioni e consigli su cosa vedere o visitare.

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La mitica motorella di Mr Ku

La sera rimaniamo in guesthouse a leggere i resoconti degli altri viaggiatori e ci colpisce, nell’insieme di lunghissimi racconti, pieni di particolari, di ragazzi di qualsiasi nazionalità, lo stringatissimo messaggio di un italiano che diventa all’istante il nostro idolo. Purtroppo la foto è andata perduta ma il messaggio recitava più o meno così: “Ho fatto mezzo giro (e lo chiamo giro e non loop perché mi sono rotto il c@@@o di parlare in inglese). Non voglio descriverlo alla lettera tanto c’è chi lo ha già fatto, vi posso solo dire che troverete il vero Laos”.

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Consigli di viaggio in guesthouse

Io per cena mi prendo un piatto tipico laotiano, il Laap. Come al solito è pieno di quell’erbetta di cui loro vanno matti e che io invece difficilmente riesco a strozzare giù (abbiamo poi scoperto essere il prezzemolo del Sud Est Asiatico, completamente diverso di sapore dal nostro). Comunque terminiamo e ci buttiamo a letto: domani dovremo iniziare a macinar kilometri!!
Ci svegliamo non troppo presto visto che mister Ku ci ha consigliato di partire verso le 10.

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Pronti, partenza…VIA!!

Ci mettiamo in strada esattamente a quell’ora e dopo pochi km iniziamo a cercare le prime grotte segnate sulla mappa. Lungo la strada c’è un bel segnale che indica la svolta quindi non fatichiamo troppo a trovarla; dalla svolta ci sono 8 km di sterrato per la grotta, che buche, e che strada! Arriviamo sani e salvi, solo completamente ricoperti di terra rossa. Parcheggiamo e seguendo un cartello che indicava una grotta ci incamminiamo in un sentiero tra gli alberi. Il caldo è quasi insopportabile se non si va in motorino, sbuchiamo in una pianura e di fronte a noi ci sono due strade ugualmente battute, ovviamente neanche l’ombra di un cartello. E ora? Proviamo a seguirne una per un po’ ma ci addentriamo sempre di più in quella che sembra una savana sotto un sole cocente. Maledicendo il laotiano addetto alla segnaletica torniamo indietro e lungo la strada ci sorge il dubbio che non fosse questa la grotta che stavamo cercando. Torniamo al motorino e seguendo la strada principale a piedi troviamo l’ingresso della Grotta del Buddah, quella sulla mappa. Qui una laotiana ci raggiunge di corsa e ci dice che Erika deve indossare una gonna lao per poter entrare. Erika tira fuori la sua sciarpa e dice che si metterà quella ma non c’è niente da fare deve mettersi quella Lao, che ovviamente la laotiana affitta per 2000 kip, cifra irrisoria ma per lei incasso sicuro in quanto magari qualcuno si porta qualcosa per coprirsi le spalle ma nessuno può venir attrezzato con una gonna Lao. La cosa ci infastidisce un po’ ma alla fine paghiamo ed entriamo. La grotta pur essendo molto piccola è suggestiva: ha un piccolo ingresso, bisogna accucciarsi per entrare, ma poi all’interno si allarga e sul fondo sono raccolte le varie statue del Buddah tra stalattiti e stalagmiti.
Usciamo e ci prepariamo a rifare la strada del ritorno. Erika mi chiede se può guidare lei. Io gli dico “sulla strada bianca? Sei sicura?” ma lei con lo sguardo ha già deciso. Partiamo e dopo pochissimo sento che ha già il pieno controllo del mezzo: è proprio portata per le due ruote, gli dico che dovrebbe prendere la patente e poi potremo girare con due moto l’Europa!

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Erika offroad!!

Decidiamo che non possiamo vedere tutte le grotte segnate, sono troppe, quindi ne scegliamo altre due più ovviamente il lago segnato per fare il bagno! La strada per la seconda grotta (Xieng Liap) parte da un baracchino lungo la strada con bevande e piccoli snack. Il proprietario come ci vede ci corre incontro e ci indica di parcheggiare da lui: prova a spararci un prezzo un po’ alto per guardarci il motorino ma noi lo facciamo tornare alla ragione. Come ci incamminiamo per la grotta due bambini ci seguono, anzi ci fanno strada. Noi siamo ben contenti di farci accompagnare ma dopo poco il padre (sempre il proprietario di prima) ci chiama e ci dice che se vogliamo farci accompagnare sono 10000kip. Basta!!! Non ne possiamo più! Possibile che tutto sia ridotto a una mera questione di kip!!! Capisco che loro ne hanno bisogno e come vedono che il turismo sta prendendo piede ne approfittano, come in ogni parte del mondo del resto, ma a noi manca un po’ il respiro. Gli diciamo che può tenersi i bambini con se, anzi, farebbe bene a mandarli a scuola invece di “sfruttarli” per i tour guidati, perché nessuno sa dire di no alla dolcezza di un bambino quando ti vuole indicare la strada.
Questa grotta è molto diversa dall’altra, è molto grande e si apre come un’immensa galleria, sul fianco della montagna in corrispondenza di un corso d’acqua: non è chiaro se l’acqua, immobile, entri o esca dalla grotta. Sul fondo si intravede come una spiaggia molto buia, proviamo a raggiungerla ma dopo poco l’arrampicarsi sulla roccia con le ciabattine diventa troppo complicato e desistiamo.

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La grotta Xieng Liap

Torniamo indietro e riprendiamo la motorella nonostante Mr. Ku ci avesse detto di lasciarla qui per andare a fare il bagno, probabilmente per poi farci venir voglia di rimanere lì a pranzo. Al lago (Tha fa lang) mancano quasi 2km e sotto questo sole non abbiamo certo voglia di squagliarci camminando. Mai decisione fu più giusta!! La strada è veramente tanta da fare a piedi con questo caldo invece con il motorino è un attimo. Il posto è veramente incantevole: non è un lago, è un fiume in cui la corrente è molto lenta, quasi ferma. Intorno ha tutta vegetazione e l’acqua è pulitissima.

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Tha Fa Lang lake

Abbiamo proprio voglia di farci un bagno rinfrescante! Erika ha qualche perplessità ma poi si fa vincere dal caldo e dall’invitante scenario per tuffarsi anche lei. Ci rilassiamo in acqua per una buona mezz’ora.

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Erika che si è decisa a fare il bagno!

Ci dirigiamo quindi verso la nostra terza grotta (Tham Nang) e qui scopriamo tutta lo scarso senso del gusto laotiano. La grotta di per se è molto bella e molto grande. Si cammina per buoni dieci minuti fino alle viscere della terra; il problema sono le luci multicolori e gli stravolgimenti in calcestruzzo armato che i laotiani hanno perpetrato all’interno. Tutto dentro è colorato con luci azzurre, verdi, rosse, gialle ocra come se di per se non fosse abbastanza affascinante; inoltre ci sono le scale, i muretti, le panchine tutte in cemento e costruite direttamente sulla roccia della grotta, o il fatto che puoi girare liberamente e liberamente toccare ogni parete o qualsiasi stalagmite, di fatto arrestandone la crescita. Ma dove si sono veramente superati è la costruzione di una diga sul minuscolo rivolo d’acqua che esce dalla grotta per creare all’interno un laghetto artificiale dove venderti il giro in barca fino alla sorgente. Hanno completamente stravolto un habitat naturale per farci un business. Geniali davvero.

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La grotta tamarra

Ne usciamo un po’ allibiti e riprendiamo la strada verso la guesthouse meta della serata. Ci fermiamo a mangiare in un piccolo chiosco che vende solo brodo caldo e noodles. Ci facciamo forza per strozzarlo giù con questo caldo.
Ora ci aspettano un paio d’ore di strada che dovrebbe essere molto facile. Verso metà del tragitto ci viene sete ma invece di comprare una coca cola in uno dei mille minimarket lungo la strada, ci avventuriamo per una sterrata laterale, in direzione di un villaggio individuato sul GPS del telefono. Passiamo dentro altri villaggi, incontriamo mucche, capre, galline che ci attraversano la strada, salutiamo tutti quelli che ci salutano ed infine arriviamo nel villaggio.

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Incontri fuori dalle strade battute: studentesse in bici

 

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…e una mamma con il suo bimbo

Fortunatamente troviamo un minimarket anche qui e hanno anche le bibite ghiacciate! Siamo l’attrazione del momento, prendiamo due pepsi e ci sediamo sulle seggiole di plastica che hanno preso apposta per noi; tutti si radunano intorno e nonostante ne noi ne loro conoscessimo una parola della lingua dell’altro, siamo riusciti a comunicare e a farci delle gran risate: tipo quando ci hanno preso in giro perché eravamo bianchi come fustini di detersivo!! Ci facciamo delle foto con tutti e poi è tempo di ripartire.

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Erika con le donne del villaggio

 

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…e io con gli uomini!!

La strada scorre veloce fino ad arrivare nei pressi di Nakai dove inizia un panorama desolante: un enorme distesa d’acqua dalla quale spuntano miriadi di tronchi secchi, spogli di vita, come totem di distruzione. La sensazione è quella di essere di fronte a una palude avvelenata e la sensazione di morte che ne deriva è lacerante. Tanto più se si pensa che l’acqua non ha nulla di avvelenato, è purissima. Soltanto l’insuperabile stupidità dell’uomo, mista alla sua mancanza assoluta di scrupoli poteva generare tanto sfacelo per un po’ di elettricità. A completare il quadro gli alberi secchi che sono sulle rive vengono abbattuti e bruciati lentamente, forse per fare carbone, tra continui pennacchi di fumo. Sembra uno scenario di guerra.
Con questo peso nel cuore arriviamo alla guesthouse, veramente carina, con bungalows separati e una grande zona ristorante al coperto. Notiamo subito alla parete un poster con il confronto impietoso della vallata prima della costruzione della diga e dopo.

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Un po’ di relax nell’amaca dopo una faticosa giornata alla guida

Qui facciamo amicizia anche con tutti i ragazzi che stanno facendo il loop contemporaneamente a noi. Ora, forse amicizia è un po’ esagerato, diciamo che iniziamo a conoscere le facce che ci accompagneranno per i prossimi tre giorni; nessuno, infatti, ci stimola il benché minimo interesse di conoscerlo più a fondo. Siamo fatti così.
La mattina seguente partiamo di nuovo con una certa calma, non c’è alcuna fretta. Oggi c’è solo da farsi una lunga cavalcata in motorella intervallata solo da un bagno in una sorgente fredda. Arrivamo a Laksao per ora di pranzo dopo aver costeggiato ancora a lungo la “valle della morte” e dopo aver passato l’unico tratto non asfaltato di tutto il loop. La strada comunque non è stata mai difficile in quanto resa perfettamente piatta dai lavori in corso proprio per l’asfaltatura: il leggendario loop è destinato a finire. Anche stamattina abbiamo provato a uscire dalla strada principale per lunghi tratti ma senza fortuna stavolta: non abbiamo trovato niente se non tanto caldo, strade tortuose e villaggi ai confini del mondo. Ad ogni buca, ad ogni ponticello malmesso, ad ogni tratto sabbioso il nostro pensiero andava sempre al povero Mr. Ku che in quel momento doveva star provando un brivido lungo la schiena per le sorti della sua motorella.

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Il tempio buddista di Laksao

Mangiamo il solito brodo caldo con noodles che con 40°C ti rimette al mondo e poi ripartiamo. Le indicazioni sulla mappa per la sorgente fredda (ColdSprings) sono veramente scarse ma Mr. Ku ci ha fornito anche un pratico frasario in laotiano in cui è presente anche la richiesta di direzione per questo luogo. Avvicinandoci al km della svolta ne facciamo ampio uso con tutti quelli che incontriamo, che si fanno anche delle grasse risate chissà perché.
Imbocchiamo il bivio che tutti ci indicano ma dopo poco ci troviamo in una pianura desolata con un’infinità di tracce più o meno marcate. Dietro di noi fortunatamente appare un pick-up pieno di ragazzini (ma quanti anni avrà quello che guida??? 14? 15?) che ci fanno cenno di seguirli, sempre tra risate a crepapelle, e ci portano diretti alla sorgente.
Il Laos non ha sbocchi sul mare e queste zone di “refrigerio” sono prese d’assalto anche dai locali ogni pomeriggio. Vengono qui in jeans lunghi e camicia o maglietta e si tuffano in acqua direttamente vestiti; qui mettersi in costume equivale a stare in mutande in mezzo alla gente.

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Finalmente un po’ di fresco!

Ci troviamo un angolino tranquillo e ci tuffiamo anche noi; l’acqua è decisamente fredda ma è fantastica con questo clima. Ce ne rimaniamo rilassati per un po’ a prendere il sole che sta lentamente scendendo dal picco più alto della sua orbita.

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Erika con la nuova amica laotiana

 

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Un selfie prima di ripartire

Arriviamo a Khoun Kham poco prima di cena. Da qui domani andremo alle grotte di Kong Lor, attrazione principale del loop. Abbiamo letto su internet di alcuni che da qui per arrivare alle grotte hanno usato una barca su un fiume invece della motorella. Saremmo interessati a fare lo stesso anche se siamo alla fine della stagione secca per cui tutti i fiumi sono praticamente secchi. Per fare questo cerchiamo a lungo la guesthouse dell’Uncle Lee, un simpatico inglese trasferitosi e sposatosi qui che sembra dispensi qualche informazione turistica diversa dal normale. Non riusciamo a trovare nulla e chiedendo un po’ in giro veniamo a sapere che il simpatico vecchietto ha deciso di far ritorno alla madrepatria. Nel contempo tutti ci confermano che in questo periodo è praticamente impossibile percorrere il fiume in barca: ce ne faremo una ragione.
Troviamo un posto dove dormire in città, in dei bungalow costruiti praticamente nel pollaio di una casa; molto caratteristici se non fosse che la mattina almeno 10 galli ci avrebbero strillato nelle orecchie dalle cinque. Ma la cosa che più ci ha sorpreso è stata la cucina veramente sopraffina della signora che la gestiva: anche al piatto più banale conferiva un sapore gustoso che stuzzicava la nostra golosità. Veramente consigliata!

Clicca qui per tutte le foto del Laos


 

 "Un indovino mi disse" T. Terzani

 

 

"Muovendomi fra l'Asia e l'Europa in treno, in nave, in macchina, a volte anche a piedi, il ritmo delle mie giornate è completamente cambiato, le distanze hanno ripreso il loro valore e ho ritrovato nel viaggiare il vecchio gusto di scoperta e di avventura.

D'un tratto, senza più la possibilità di correre a un aeroporto, pagare con una carta di credito, schizzar via ed essere, in un baleno, letteralmente dovunque, sono stato costretto a riguardare al mondo come a un intreccio complicato di paesi divisi da bracci di mare che vanno attraversati, da fiumi che vanno superati, da frontiere per ognuna delle quali occorre un visto: e un visto speciale che dica "via terra", come se questa via, specie in Asia, fose nel frattempo diventata così insolita da rendere automaticamente sospetto chiunque si ostini a usarla.

Spostarsi non è stato più questione di ore, ma di giorni, di settimane. Per non fare errori, prima di mettermi in viaggio, ho dovuto guardare bene le carte, rimettermi a studiare la geografia. Le montagne sono tornate a essere possibili ostacoli sul mio cammino e non più delle belle, irrilevanti rifiniture in un paesaggio visto da un oblò.

Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m'ha ridato il senso della vastità del mondo e sopratutto m'ha fatto riscoprire un'umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l'esistenza: l'umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.

Impormi di non volare è diventato un gioco pieno di sorprese. A far finta, per un po', d'esser ciechi si scopri che per compensare la mancanza della vista, tutti gli altri sensi si affinano. Il rifiuto degli aerei ha un effetto simile: il treno, con i suoi agi di tempi e i suoi disagi di spazio, rimette addosso la disusata curiosità per i particolari, affina l'attenzione per quel che si ha attorno, per quel che scorre fuori dal finestrino. Sugli aerei presto si impara a non guardare, a non ascoltare: la gente che si incontra è sempre la stessa; le conversazioni che si hanno sono scontate. In trent'anni di voli mi pare di non ricordarmi di nessuno. Sui treni, almeno quelli dell'Asia, no! L'umanità con cui si spastiscono i giorni, i pasti e la noia non la si incontrerebbe altrimenti e certi personaggi restano indimenticabili.

Appena si decide di farne a meno, ci si accorge di come gli aerei ci impongono la loro limitata percezione dell'esistenza; di come, essendo una comoda scorciatoia di didtanze, finiscono per scorciare tutto: anche la comprensione del mondo. Si lascia Roma al tramonto, si cena, si dorme un po' e all'alba si è già in India.

Ma un paese è anche tutta una sua diversità e uno deve pur avere il tempo di prepararsi all'incontro, deve pur fare fatica per godere della conquista. Tutto è diventato così facile oggi che non si prova più piacere per nulla. Il capire qualcosa è una gioia, ma solo se è legata a uno sforzo. Così con i paesi. Leggere una guida, saltando da un aeroporto all'altro, non equivale alla lenta, faticosa acquisiszione - per osmosi - degli umori della terra cui, con il treno, si rimane attaccati.

Raggiunti in aereo, senza un minimo sforzo nell'avvicinarli, tutti i posti diventano simili: semplici mete separate fra di loro solo da qualche ora di volo. Le frontiere, in realtà segnate dalla natura e dalla storia e radicate dalla coscienza dei popoli che ci vivono dentro, perdono valore, diventano inesistenti per chi arriva e parte dalle bolle ad aria condizionata degli areoporti, dove il "confine" è un poliziotto davanti allo schermo di un computer, dove l'impatto con il nuovoè quello con il nastro che distribuisce i bagagli, dove la commozione di un addio viene distratta dalla bramosia del passaggio obbligato attraverso il "free duty shop", ormai uguale dovunque.

Le navi si avvicinano ai paesi entrando con lento pudore nelle bocce dei loro fiumi: i porti lontani tornano ad essere delle agognate destinazioni, ognuna con la sua faccia, ognuna con il suo odore. Quel che un tempo si chiamavano i terreni d'aviazione erano anche loro un po' così. Oggi non più. gli aeroporti, falsi come messaggi pubblicitari, isole di relativa perfezione anche nello sfacelo dei paesi in cui si trovano, si assomigliano ormai tutti: tutti parlano nello stesso linguaggio internazionale che da a ciascuno l'impressione di essere arrivato a casa. Invece si è solo arrivati in una qualche periferia da cui bisogna ripartire, in autobus o in taxi, per un centro che è sempre lontanissimo.

Le stazioni invece no, sono vere, sono specchi delle città nel cui cuore sono piantate. Le stazioni stanno vicino alle cattedrali, alle moschee, alle pagode o ai mausolei. una volta arrivati li, si è arrivati davvero."


T. Terzani, "Un indovino mi disse"


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