Varanasi - Con i piedi nel Gange

23 - 25 Settembre 2016

Ci svegliamo nel treno e da un rapido controllo sulla mappa del telefono capiamo che manca ancora molto: probabilmente avremo un paio d’ore di ritardo. Ci rilassiamo nelle nostre cuccette ancora per qualche decina di minuti poi ci alziamo e ci mettiamo seduti. Facciamo colazione e ci prendiamo un paio di thè dai venditori ambulanti che con la loro cantilena baritona “chai, chaiiiiii” ci fanno morire dalle risate.
In qualche modo arriviamo quindi alla stazione di Varanasi verso le 11e30. La città più sacra dell’India e forse del mondo ci accoglie abbastanza banalmente con una piccola stazione e una marea di gente. Da qui per arrivare sulle rive del Gange l’unico modo è prendere un tuk tuk quindi iniziamo la ricerca. Riusciamo a contrattare per 70 rupie ma, poco prima di partire, capendo che noi non vogliamo essere portati nelle guesthouse dei loro amici, il prezzo raddoppia a 70 rupie a testa.

Ovviamente scendiamo. Facciamo pochi passi che un altro tuk tuk ci si avvicina e ci offre il passaggio al nostro prezzo. Non so cos’abbia in mente ma qualsiasi cosa sia mi sembra un buon affare.
Lungo tutto il tragitto prova ad attaccare bottone e ci fa anche leggere il suo fantomatico libriccino delle revisioni, indicandoci anche la pagina della revisione di un italiano, tutto questo facendo pericolosamente a zig zag nel traffico infernale. Sì, sì tutto bellissimo e molto toccante ma potresti gentilmente guardare la strada?!?!?!?!?
Ad un certo punto si ferma e tira fuori una cartina della città, assume l’aria da professore e ci illustra, non richiesto, tutte le attrattive di Varanasi. Ci mancava tirasse fuori gli occhialetti da vista e la bacchetta per la lavagna. Alla fine, manco a dirlo ci offre i suoi servigi per un tour giornaliero: ce la caviamo dicendo di darci il suo numero che ci penseremo.
Veniamo lasciati di fronte ad un hotel scelto da noi a caso tra quelli più noti, per non essere stressati con l’offerta di stanze dai tassisti. Da li ci allontaniamo subito e iniziamo la nostra ricerca. Il primo da cui andiamo è quello che ci ha consigliato Anshul ma ci convince veramente poco e passiamo velocemente oltre.

Varanasi
Vicoletti affascinanti

Capiamo che Maps.me questa volta ci potrà essere poco utile visto che i punti sono messi completamente a caso tra i vicoletti di Varanasi. Proseguiamo quindi alla vecchia maniera, chiedendo a chiunque incontriamo la direzione per la seconda guesthouse sulla lista. Arriviamo che siamo un po’ stanchi e nonostante non ci piaccia per niente rimaniamo.
Varanasi è, credo, la città indiana per eccellenza e, come l’India, ti mostra prima il lato brutto. Tutto è uno scaricaticcio, i vicoli sono sporchi, pieni di pozze luride e la puzza degli escrementi di vacca alle volte è un sollievo rispetto al resto. Questo non mette ne me ne specialmente Erika di buon umore. Il fatto di non aver trovato una guesthouse carina peggiora anche le cose.
Essendo ora di pranzo chiediamo al gestore, molto gentile, se è possibile mangiare qualcosa e lui ci dice che la moglie sta preparando il pranzo, se vogliamo possiamo avere un po’ di Dal (lenticchie) con del riso. Accettiamo volentieri e dopo pranzo ci facciamo una doccia e ci riposiamo un po’.
Quando la calura scende usciamo in strada armati di macchine fotografiche. Siamo all’estremo sud della zona dei Ghat e a poche centinaia di metri da Assi Ghat, uno degli accessi al Gange più importanti. In effetti come sbuchiamo dal nostro vicoletto sulla via principale, una folla coloratissima ci assale e ci trascina con lei. Guardandomi intorno scorgo solo donne avvolte nei loro bellissimi sari a perdita d’occhio. Arriviamo ai gradoni del Ghat e ci mettiamo in disparte a guardare le celebrazioni che si stanno svolgendo sotto di noi.

Varanasi
Il festival all’Assi Ghat

 

Varanasi
Se cadesse uno spillo non toccherebbe terra

Gruppi di donne sono sedute in circolo, cantando e pregando, attorno a corone di fiori, candele e disegni di polvere colorata. Ci si avvicina un tipo che ci spiega che siamo di fronte a uno dei festival più importanti dell’anno: quello madre-figlia. Di solito non crediamo a questi eventi ma è già la terza volta che questo ci viene detto oggi e il simpatico omino non ha nulla da venderci e anzi ci continua a spiegare.

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Gruppo di donne in celebrazione

Le madri vengono qui per pregare per i propri figli mentre le ragazze per trovare un buon marito. La caciara che c’è è primordiale, tra puje e bagni sacri, incensi e corone di fiori l’atmosfera è surreale. Poco lontano delle donne stanno facendo asciugare i sari al vento creando delle involontarie coreografie coloratissime.

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Come un quadro impressionista

Faccio ancora un paio di scatti e poi ci incamminiamo verso il centro. Vorremmo arrivare al Main Ghat ma il tempo non si mette per niente bene e i grossi nuvoloni neri sopra di noi cominciano ad illuminarsi della luce dei fulmini. Meglio non allontanarsi troppo. Torniamo indietro e nel frattempo entriamo in tutte le guesthouse che ci ispirano per sentire il prezzo e per vedere le stanze, così da poter cambiare domani mattina.
Andiamo a cena nel ristorante di una delle guesthouse che avevamo individuato prima di arrivare qui a Varanasi e diamine è veramente bellissima. Un ampio giardino è circondato da palazzine a due piani con stanze di vari prezzi. L’area comune è deliziosa e il ristorante è ottimo ed economico: ma perché non siamo venuti qui stamattina?!?!? Decidiamo di spostarci qui domani e chiediamo disponibilità al proprietario che ce la conferma ed in più ci offre il giro in barca sul gange ad un prezzo ragionevole.
Rientriamo nella nostra guesthouse dopo un rapido giro di nuovo all’Assi Ghat dove il festival sta continuando a pieno regime. Il nostro umore è ora notevolmente migliorato e anche il fatto che stia letteralmente piovendo dal soffitto in bagno ci fa sorridere. Andiamo a dormire con gli zaini già pronti per spostarci.

Varanasi
Di notte l’atmosfera è magica

La mattina successiva sul presto ci muoviamo per trasferirci nel nostro nuovo alloggio. Arriviamo alla guesthouse prima delle otto e facciamo colazione sereni. Poi ci incamminiamo verso il Main Ghat, il centro della vita religiosa di Varanasi.
Decidiamo di farcela tutta a piedi in modo da renderci conto di come si sviluppa questa città. Purtroppo in questo periodo il Gange è gonfio d’acqua (ci sono stati anche recenti allagamenti in città) e quindi non si possono percorrere in sequenza tutti i Ghat; occorre passare all’interno e, di tanto in tanto, infilarsi nei vicoli verso il fiume per vedere dove sbucano.
In una di queste deviazioni ci troviamo di fronte a enormi magazzini di legna a cielo aperto e la prima cosa che mi viene in mente è che servano per le stufe delle case, probabilmente siamo nel quartiere dei legnaioli. Arrivando al Ghat, invece, capiamo che lo scopo di tutto il legname è ben diverso. Questo infatti è uno dei Ghat delle cremazioni, quello meno importante, ma comunque molto utilizzato dalla popolazione. Veniamo invitati da dei ragazzi a sostare in un punto per assistere alla cerimonia ma sinceramente ci è già bastata a Kathmandu: non siamo ancora così distaccati da riuscire a guardare freddamente questa scena.
Arriviamo al Main Ghat che è un po’ tardi e difatti non troviamo granché. Probabilmente il fatto che il fango delle recenti alluvioni copra gran parte dei gradoni e che le cerimonie si svolgono o la mattina presto o la sera al tramonto contribuisce a rendere tutto piuttosto anonimo.

Varanasi
Tutti a bagno

 

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Chi ha il coraggio di immergersi?

Lo spettacolo del festival di ieri sera era molto più coinvolgente. Io non perdo l’occasione per fare il bagno nelle acque sacre del Gange…oddio non proprio il bagno, diciamo che mi basta immergerci i piedi!!

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Così può bastare!!

Andiamo a fare uno spuntino in un localino li vicino, il Dosa Ayyan Cafè che ci colpisce per i prezzi modici e per la bontà dell’Aloo Paratha che ci serve. Proviamo il famoso filtered coffee, tipico del sud dell’india, e scopriamo un nuovo amore. Certo, agli amanti del caffè questo miscuglio con zucchero e latte farebbe storcere la bocca, ma per noi è eccezionale.
Mentre siamo dentro inizia a piovere sempre più forte quindi ce ne stiamo a riparo per un po’ leggendo la guida. Scopriamo che nelle vicinanze c’è una bakery gestita da un tedesco dove poter mangiare bene e dove poter prenotare delle gite in barca a prezzi bassi (con cornetto incluso! Slurp!). Il nome del locale è “Mango Tree” ma sulla Lonely Planet dice di stare attenti perché sulla stessa via ce ne sono due con lo stesso nome. Uno è l’originale e l’altro è la copia aperta da degli ex soci del tedesco. Il problema è che non dice come distinguerle dall’esterno, ma solo che “l’autentico” ha quattro piani e il rooftop. Tentiamo la sorte. Ci infiliamo i ponchi e ci buttiamo sotto la pioggia battente. Troviamo velocemente la via del locale e scorgiamo da lontano l’insegna. Entriamo ma non ci sembra proprio uno stile occidentale. Saliamo comunque le scale ma queste si fermano al primo piano: non siamo quindi nel posto giusto. Proviamo a guardare di fuori tra la pioggia ma non vediamo altre insegne simili. Nel frattempo i gestori del locale si stanno chiedendo che diavolo stiamo facendo. Certo che qualche indicazione in più nella guida avrebbe aiutato. Usciamo di nuovo sotto la pioggia e proviamo a chiedere ma tutti gli indiani dei negozi vicini cadono dal pero; l’omertà complice gli fa dire che l’unico negozio con quel nome è quello da cui siamo appena usciti. Ma le loro facce dicono il contrario. Siamo al limite del mandare a cagare tutto, non è possibile doversi smazzare così per trovare un ristorante, se l’andasse a prendere in quel posto!! Finalmente qualcuno, mosso a compassione ci dice che il locale che cerchiamo ha chiuso. All’inizio non ci crediamo ma poi prima di andarcene definitivamente controlliamo sul loro sito internet ed effettivamente troviamo scritto che si stanno trasferendo ed apriranno con la nuova stagione turistica. Va bè ce ne andiamo; se non fosse stato per il “sogno” di un giretto in barca economico con cornetto caldo avremmo desistito molto prima.
Torniamo verso la guesthouse prendendo un rickshaw visto che la pioggia battente ha creato delle zone completamente allagate sulla strada. Impossibile passare senza mettere i piedi nella melma. Diamo anche 20 rupie di mancia al guidatore per questa pedalata sotto il diluvio. Gli ultimi cinquanta metri prima del cancello sono in un torrente di venti centimetri creatosi dove un tempo c’era il vicolo. Ora anche Erika può dire di aver immerso i piedi nell’acqua sacra del Gange, anche se le sue urla blasfeme probabilmente non le assicureranno buon karma.
Ci facciamo una bella doccia calda, concentrandosi soprattutto sui piedi, poi ci prendiamo qualcosa nella cucina della guesthouse. Visto il fallimento con la bakery del tedesco prenotiamo anche il giro in barca per l’indomani mattina: optiamo per il giro con la barca a motore perché più veloce. Il pomeriggio aspettiamo che spiova: c’è bastata l’acqua della mattina per tutto il monsone che non abbiamo preso in questi mesi!
Usciamo un oretta prima del tramonto per andare al Dashaswamedh Ghat (il vero nome del Main Ghat) dove sappiamo esserci la Puja serale. Il rickshaw ci lascia proprio prima di un enorme pozza d’acqua invalicabile…grazie!! Noi non ci perdiamo d’animo e con un largo giro in vicoli e vicoletti, riusciamo a superare l’ostacolo.
Arriviamo un po’ prestino e quindi ci andiamo a prendere un Gulab Jamun e due chai in un fast food nelle vicinanze. La Puja serale, anche se molto “costruita” soddisfa pienamente le nostre aspettative. Cinque monaci su altrettanti altarini, danzano, suonano e pregano nel coinvolgimento generale. Nonostante qualche gruppo di turisti, i gradoni riempiti di donne indiane donano alla scena colore e autenticità.

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I monaci durante la Puja serale

Nella folla facciamo amicizia con un ragazzo di Gorakpur, molto socievole, che ci spiega le fasi della Puja e ci traduce le frasi della preghiera in comune. Che bello quando si riesce ad interagire con qualcuno senza doppi fini!! Purtroppo è sempre meno frequente, soprattutto in luoghi così turistici.

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Un istante di preghiera

 

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Quinto e sesto occhio!!

Alla fine della cerimonia salutiamo il nostro amico e andiamo a cena al Dosa Ayyan Cafè dove ci prendiamo due Dosa e due filtered coffee. Veramente squisiti, i migliori mangiati fino ad ora, anche se verso la fine la vista di un topolino (lungo quanto il mio avanbraccio) dietro un pannello della sala principale ci fa dubitare un po’ della sanità della cena. Speriamo bene!!
Il giorno successivo l’appuntamento è alle 6 con il barcaiolo. Il tempo è grigio ma fortunatamente non piove. Ci perderemo la “meravigliosa” alba sul Gange ma questo non ci sconvolge particolarmente. Facciamo questo giro in barca più perché “saddafare” che perché pensiamo sia veramente imperdibile. D’altronde la vista d’insieme dei Ghat, per quanto parziale, dalla riva, ci ha un po’ deluso e non crediamo che dal fiume cambi poi tantissimo.

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Facce da risveglio forzato

La barca sulla quale saliamo non ha il motore e siamo solo io ed Erika. Questo ci fa molto piacere perché, per lo meno, ci godiamo il silenzio e la pace di un lento scorrere sul fiume. Faccio qualche foto ma nessuna vista mi colpisce.

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Il bagno dell’alba

Arriviamo fino al Ghat principale delle cremazioni, il Manikarnika Ghat, e quando l’aria inizia ad essere irrespirabile dal fumo iniziamo a rientrare.

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Il Manikarnika Ghat e le tante imbarcazioni di turisti

Ora siamo controcorrente e quindi il nostro barcaiolo decide di agganciarsi a una barca a motore annullandoci di fatto la possibilità di far foto decenti al ritorno. Torniamo in guesthouse con lui che ci tampina per una mancia ma, ci dispiace, non siamo particolarmente soddisfatti del suo operato e quindi una bella stretta di mano basta e avanza. Ci buttiamo a letto per un paio d’ore fino al checkout delle 10.
La mattina la passiamo scrivendo il blog e pranziamo in guesthouse. Dopo pranzo ci riposiamo anche un po’ sul divano dell’area comune prima di intraprendere il viaggio verso Calcutta. Al momento di pagare per la barca do al gestore della guesthouse l’ammontare relativo ad una barca a remi, meno di quello di una barca a motore. Lui rimane un po’ stupito ma poi, spiegata la situazione, non fa troppe storie e anzi se la prende con il barcaiolo. A noi alla fine è andata meglio così ma perché pagare per qualcosa che non si è avuto??
A questo punto è arrivato il momento di incamminarci. Il tragitto oggi sarà complicato: dobbiamo infatti trovare il modo di raggiungere una città vicina, Mughal Sarai, da dove stasera avremo il treno per Calcutta. Prima tappa, arrivare alla stazione di Varanasi da cui sappiamo partire gli autobus per Mughal Sarai.
Prendiamo quindi un tuk-tuk e arriviamo in quello che sembra essere un girone dell’inferno. Lo stradone a quattro corsie di fronte la stazione e le vie che ci si immettono sono tutte un immenso ingorgo immobile. Tra un mezzo e l’altro una folla paziente cerca di farsi spazio a piedi per raggiungere la stazione. Noi individuiamo un poliziotto e chiediamo per l’autobus per Mughal Sarai. Purtroppo costui non sa molto bene l’inglese e a parte la direzione verso cui camminare per arrivare alla bus stop non capiamo altro. Un ragazzo ci avvicina e ci chiede se ci serve aiuto, noi gli diciamo dove vogliamo andare e lui ci fa cenno di seguirlo. Dopo uno slalom labirintico tra le auto, lo scavalcamento del new-jersey con 30 kili di zaino e una decina di minuti il massimo che riesce a fare è portarci davanti ad un tuk-tuk e dirci di salire…ma va? Gli spieghiamo che noi vogliamo andare con un bus ma tutti i tassisti ci iniziano a dire che la bus station di Mughal Srai è lontana dalla stazione e quindi dopo dovremo comunque prendere un taxi. Questa cosa ci fa riflettere e anche se non siamo sicuri che sia vera decidiamo di non rischiare e di andare a sentire alla stazione di Varanasi se ci sono treni per Mughal Sarai, in modo da essere sicuri di arrivare in stazione.
Per fare i biglietti c’è una fila talmente lunga che l’ultimazione della Salerno-Reggio Calabria sembra un evento più prossimo del raggiungimento della biglietteria. Praticamente una missione impossibile. Ci viene però in mente che di solito i turisti vengono trattati con un po’ di riguardo quindi proviamo a chiedere ad un poliziotto che ci guida prontamente dietro gli sportelli e ci mette in contatto con un ragazzo che, dopo qualche tentennamento iniziale, riesce a trovarci un treno in partenza per 80 rupie verso Mughal Sarai.
Facciamo il biglietto e ci precipitiamo a bordo. Abbiamo un biglietto di “Second Class”, la più bassa tra quelle indiane e quindi con posti non riservati. Già ci aspettiamo di dover battagliare per un posto ma fortunatamente nel treno non c’è quasi nessuno. Nella confusione della salita, quando stiamo posizionando gli zaini grandi sulle cuccette alte inutilizzate di giorno, un tipo mi prende lo zaino frontale e lo appoggia anche quello in alto. Io in un impeto di rabbia gli urlo di farsi i benemeriti affari suoi e di non azzardarsi a toccare la nostra roba. Riprendo lo zaino e me lo metto accanto come sempre abbiamo fatto negli spostamenti. Mi dice “ok, ok” e si allontana, scendendo addirittura dal treno. Noi continuiamo a scherzarci su dicendo “ma guarda questo che per insegnarci come mettere i bagagli c’è salito apposta”, “ma io dico!”, e così via. Facciamo amicizia con un ragazzo di fronte a noi e ci scambiamo quattro chiacchiere. Nel frattempo uno che probabilmente stava ancora dormendo in una cuccetta superiore scende con un balzo e si allontana. A questo punto chiedo ad Erika se vuole un po’ d’acqua e mi alzo per prenderla nello zaino viola, quello dei beni di prima necessità e sorpresa, non c’è più. Mi giro verso Erika con un mezzo sorriso dicendo “ce l’hanno fregato” pensando che non sia una così grande tragedia visto che dentro non c’era niente di fondamentale, anzi lo abbiamo sempre considerato “sacrificabile” e quindi non gli riserviamo le attenzioni degli altri due zaini frontali. Erika però non la pensa così e, anche se poco importante (l’unica cosa di “valore” era il suo pile), diventa una bestia, iniziando ad agitarsi e urlare improperi. Un signore vedendo la scena si alza e ci indica lo zaino, dalla parte opposta di dove lo avevamo lasciato. Dentro c’è tutto ovviamente, non essendoci granché da rubare e la calma e la lucidità torna tra noi. Ricostruiamo il tutto e ci accorgiamo di come involontariamente questa volta siamo stati attenti non permettendo al tipo in stazione di mettere i nostri zaini in un punto in cui noi non potevamo vederli e quindi non lasciandoli alla mercé di quello che stava “dormendo” ai piani alti. Costui sicuramente ha preso l’unico zaino disponibile, quello viola e ci ha rovistato dentro. Non trovando nulla di interessante lo ha lasciato e si è allontanato. L’essere stati scottati in Tailandia ci ha permesso di rimanere vigili e sventare un furto ben peggiore stavolta!!
Arriviamo a Mughal Sarai un po’ provati dallo scampato pericolo e ci mettiamo in sala d’attesa. Scopriamo che il nostro treno ha un paio d’ore di ritardo quindi ci mettiamo comodi e aspettiamo. Quando l’orario atteso di partenza arriva ci spostiamo sul binario. Io sono veramente cotto, non riesco a tenere gli occhi aperti e questa attesa è snervante. Per di più in questa stazione non ci sono schermi o tabelloni sui quali sono scritti gli orari e i binari dei treni in partenza per cui siamo ciechi. Continuiamo a chiedere in giro fino a che non troviamo un ragazzo che deve andare a Calcutta e ci dice di aspettare seduti accanto a lui. Sul binario di fornte a noi passano numerosi treni, ogni volta un sussulto di speranza subito infranto. Unica nota di colore di questa snervante attesa una simpatica signora, della tipologia delle “ciacione”, come affettuosamente ci piace chiamarle, ci si avvicina e inizia a fissare insistentemente Erika. Dopo qualche secondo Erika risponde con un cenno interrogativo del capo e un gran sorriso: questo è il segnale che la signora voleva per far partire la sua raffica di domande. Il povero ragazzo che tenta di stare attento al treno è costretto a fare il traduttore e nulla può contro la voglia dell’Indiana di sapere tutto di questa bella ragazza bionda. Ad un certo punto, sfruttando un momento di pausa, il ragazzo si alza e si allontana per ascoltare meglio gli annunci dei treni e, sono sicuro, per sfuggire alle grinfie della “ciaciona”. Senza interprete la comunicazione continua a gesti senza perdere di intensità, oramai sembrano due comari. Si fanno complimenti indicandosi a vicenda gioielli o accessori facendosi il segno dell’OK, e l’altra risponde scuotendo la testa tutta compiaciuta. Per la donna altro motivo di vanto è poi il marito, che si avvicina con la sua pancia tonda e tesa. Lei, orgogliosa, gli accarezza la protuberanza e fa l’occhiolino ad Erika che oscilla la testa. Io mi godo il teatrino impossibilitato a partecipare a questo convivio femminile.
Finalmente il nostro treno arriva con più di tre ore di ritardo. Saliamo e cadiamo in un sonno profondissimo.

 

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