Yangon - La spiritualità di Shwedagon

01 - 04 Agosto 2016

Arriviamo ancora una volta alla stazione degli autobus di Yangon ma questa volta ci sentiamo quasi a casa. Non abbiamo quel leggero brivido che ci percorre sempre prima di arrivare in un covo di tassisti: ce la faremo a evitarli? Ce la faremo a raggiungere la nostra meta senza essere presi per la gola? Oggi no.
Oggi sappiamo benissimo muoverci in questo ambiente quindi siamo rilassatissimi. Scendiamo dall’autobus e riconosciamo anche in quale delle tante stradine della stazione siamo e ce la prendiamo con calma. Andiamo in un localino e ordiniamo un milk tea per riprenderci dalla nottata in autobus. Poi lentamente ci dirigiamo a prendere il taxi collettivo che con un costo irrisorio ci porterà in centro-città.

 

Yangon bus station chai
Un milk tea che rimette al mondo

Arrivando l’autobus ha fatto un lungo giro attraverso la stazione prima di fermarsi e ci ha mostrato una parte che non avevamo visto; qui ci era sembrato di vedere il punto di partenza degli shared taxi, quindi ci dirigiamo li. Siamo fortunati e effettivamente ce n’è uno in partenza che, già da lontanissimo ci fa cenno sbracciandosi di avvicinarci. Noi, con una calma di chi la sa lunga (per una volta che non siamo sperduti ce la godiamo), gli facciamo cenno di sì con la testa, stiamo arrivando. Facciamo quindi di nuovo l’ora di macchina per la Sule Pagoda e poi ci incamminiamo verso la guesthouse.

Yangon shared cabs
Spostarsi come la gente del luogo!

Abbiamo scelto la stessa guesthouse un po’ per andare a colpo sicuro visto che, nonostante la mancanza di finestre (che qui a Yangon è un classico), ci eravamo trovati bene, e poi perché abbiamo bisogno di una connessione stabile (che qui a Yangon è un’utopia) e lì, tra alti e bassi, ci sembrava decente. Questa necessità nasce dall’impegno che abbiamo deciso di evadere in questi giorni: fare ufficialmente la richiesta di visto australiana e inviare tutti i documenti preparati con enormi sforzi in questi giorni!!
La cosa ci mette addosso un po’ di nervosismo perché non abbiamo trovato una guida passo-passo del programma on-line dell’ufficio immigrazione e le poche notizie che troviamo non sono confortanti. Ad esempio il fatto che non si possano correggere i documenti una volta caricati, quindi se ci si sbaglia si è fottuti. Altri dicono che non è possibile salvare e poi riprendere il processo di compilazione della domanda, ma che va fatto tutto in un'unica volta. Inoltre tutti parlano di massimo 60 documenti per ogni richiesta di visto ma noi non capiamo cosa significhi “per ogni richiesta”. Noi stiamo facendo UNA richiesta congiunta di DUE visti…quindi il numero massimo di documenti caricabili sarà 60 o 120?? Questi e altri dubbi ci assalgono e non rendono il processo più facile. Oltretutto lontani da casa e senza una connessione affidabile qualsiasi piccolo intoppo può diventare un serio problema.
Fatto il check-in in guesthouse ci concediamo un po’ di riposo come dopo ogni lungo viaggio notturno. Poi è il tempo di rimettersi a lavoro, stavolta per controllare nuovamente tutta l’immensa mole di documenti della domanda, processo ancora più noioso della compilazione. A pranzo scendiamo a cercare qualcosa da mangiare e, alla fine della via dove alloggiamo, troviamo un locale affollatissimo che ci ispira fiducia: la Lucky Seven Teahouse. Entriamo e gustiamo uno dei più veloci e gustosi pranzi birmani mai fatti: l’efficienza dei camerieri e la bravura dei cuochi sono la carta vincente di questo posto!! E pensare che l’altra volta neanche l’avevamo notato!
Per il pomeriggio abbiamo a che fare con un altro visto molto importante per il nostro futuro prossimo: il visto indiano! Lo abbiamo presentato un paio di settimane fa e ora dobbiamo andare a ritirarlo.
Ci facciamo una lunga passeggiata per queste vie cosi regolari nella disposizioni quanto disordinate e colorate nel contenuto. Non so cos’ha questa città che mi piace ma qualcosa di sicuro c’è. Non è qualcosa che riguardi la sfera della bellezza quanto più del fascino: è come una vecchia signora, molto spirituale, che ha sì sul viso segnate le rughe della vecchiaia, ma che ancora conserva una avvenenza tutta sua.

Yangon little nuns
Piccole monache crescono…

Raggiungiamo l’ambasciata che ancora è chiusa e ci mettiamo in fila. Per attendere ci andiamo anche a prendere un tea in un piccolo bar lì vicino. La procedura è molto veloce e dato che siamo stranieri abbiamo inspiegabilmente la precedenza su quasi tutti. Dopo le foto e le impronte digitali ci restituiscono i passaporti con il tanto agognato nostro ultimo visto (per questo viaggio). Rientriamo felici in guesthouse e ci facciamo una bella doccia per poi uscire di nuovo a cena. Il mio intestino ha iniziato a fare le bizze qualche giorno fa e ora che sto un po’ meglio non ce la sentiamo di affaticarlo con spezie due volte al giorno quindi decidiamo per un fast food.
Tornando alla guesthouse ci facciamo coraggio e stabiliamo che l’indomani mattina proveremo a fare l’application on-line per il visto australiano svegliandoci molto presto in modo da avere la connessione solo per noi.
Alle 5e30 suona quindi la sveglia e ci catapultiamo subito sul sito dell’ufficio immigrazione. La connessione sembra buona e libera quindi tiriamo il primo sospiro di sollievo. Speriamo non ci siano buchi nel mentre.
La prima parte della procedura on-line ripercorre le stesse domande che da un anno i vari enti ci pongono e che oramai sappiamo quasi a memoria; ma questo ci permette di prendere confidenza. Finita la prima pagina un bel pulsante con scritto “SAVE” ci fa capire che quello che avevamo letto riguardo alla non possibilità di fare la procedura in più trance è una gran stronzata (cosa che ci fa un po’ maledire la rete). Andiamo avanti spediti e compiliamo tutto quello che ci viene richiesto e in un paio d’ore finiamo la prima parte. Ora è il tempo di iniziare a caricare i documenti. Anche questa parte è differente da come ce la eravamo immaginata leggendo i commenti su internet: innanzi tutto abbiamo 60 documenti A TESTA da poter caricare e poi si caricano i documenti di una determinata categoria su una finestra intermedia e solo DOPO che si è ricontrollato e cliccato su “confirm” i documenti diventano non più modificabili. Quindi il sistema si rivela molto più intelligente di quanto pensavamo. Grazie all’immenso lavoro di Erika il resto era tutto perfettamente noto e anzi carichiamo più documenti di quelli che sembra richiedere il sito in quanto sappiamo che sono richiesti. Non smetterò mai di ringraziarla per tutto l’impegno e la dedizione che ha messo in tutto questo nostre folle progetto: dalla decifrazione di tutta la burocrazia all’organizzazione di tutte le pratiche. Se alla fine andrà in porto sarà soprattutto merito suo.
La procedura va piuttosto spedita se non fosse che verso le 8 la connessione se ne va, ma oramai poco male. Sappiamo che non appena ritornerà potremo rientrare e continuare con il caricamento dei documenti.
Tra la mole di documenti e qualche stop forzato dovuto alle interruzioni della rete arriviamo a pranzo che abbiamo finalmente finito TUTTA la procedura! Guardiamo la nostra pagina dell’account sul sito dell’immigrazione australiana dove, accanto a tutti i nostri documenti e informazioni c’è scritto “in attesa della presa in carico di un Case Officer”. Speriamo che sia magnanimo!!
L’unica cosa che ci manca da fare ora è la visita medica; per questa abbiamo informazioni contrastanti. Da qualche parte c’è scritto che bisogna aspettare il Case Officer che indichi quali analisi effettuare, ma da alcune esperienze di chi ha fatto tutto prima sembra che facendo così la pratica si velocizzi enormemente. Decidiamo per la seconda opzione e contattiamo quindi delle strutture convenzionate a Katmandu. Ci rispondono molto velocemente, ci aggiungono anche l’analisi delle urine che non è menzionata da nessuna parte ma ci dicono essere necessaria. Ci fidiamo e prenotiamo la visita. Ora è veramente tempo di staccare il cervello!!
Andiamo a pranzo nel locale sotto la guesthouse che tanto ci era piaciuto ieri. Nel pomeriggio andiamo a fare prima delle piccole commissioni come delle fotocopie della nostra pratica e dei biglietti aerei poi ci facciamo una lunga passeggiata fino al mercato della Giada.

Yangon jade market
Contrattazioni accese

Qui la scorsa volta avevamo visto dei piccoli gioiellini fatti di questa pietra che ci erano piaciuti molto e volevamo prenderli come ricordo. Il costo ridicolo ci fa pensare che forse non sia proprio giada purissima ma a noi piace pensare che sia così. Prima ci prendiamo quindi un Ice coffe in un fast food lì vicino e ci riprendiamo anche dalla lunga camminata con il fresco dell’aria condizionata. Poi andiamo a fare questi piccoli acquisti: io un piccolo Buddha ed Erika dei graziosissimi orecchini.

Yangon jade market
Starà ancora pensando a quali orecchini scegliere??

Prima di tornare in albergo ci rilassiamo nel bel parco davanti alla Sule Pagoda. Ci stendiamo nell’erba e osserviamo la vita dei birmani scorrere con i loro longyi particolarissimi, mentre ci facciamo una di quelle chiacchierate lunghissime in cui ognuno scopre ancora un piccolo lato nascosto dell’altro.

Yangon longyi
Uomini d’altri tempi…

Tornando in albergo vediamo un pub che ci ispira (sempre per il principio dello stare lontani per un po’ dal cibo da strada fino a che il mio stomaco non si riprenda del tutto) e decidiamo di andare a cena li ma prima ci facciamo una bella doccia. Quando usciamo nuovamente dalla guesthouse però abbiamo già cambiato idea e ci fermiamo in un loro locale al di là della strada: buon cibo e risparmiamo anche un po’…speriamo solo che sia pulito!!
Il terzo giorno è finalmente tempo di fare nuovamente un po’ di turismo. C’è infatti la Shwedagon Paya, la stupa (non mi viene proprio di dargli l’articolo maschile come vorrebbe) più sacra di tutto il Myanmar e sicuramente una delle più grandi del mondo. Andiamo in autobus come nostro solito che ci lascia alla base dell’ingresso Est.

Yangon city bus
Anche oggi niente taxi!

Da qui una lunghissima scalinata coperta, trasformata nel tempo in un lussuosissimo mercato (perché tutto è ricoperto d’oro) ci porta alla cima della collina dove questa immensa stupa è stata costruita.

Yangon Shwedagon Paya
Il trionfale ingresso

Si crede che all’interno siano custodite le reliquie dei 4 Buddha del passato (sta storia dei Buddha del passato, del presente e del futuro abbiamo cercato di approfondirla con scarsi risultati). Alle pendici di questo grandissimo cono dorato ci si sente piccolissimi e la spiritualità del luogo fa il resto.

Yangon Shwedagon Paya
L’imponenza fisica e spirituale

Passeggiamo rilassati per tutto il perimetro fermandoci di tanto in tanto per la grande campana lasciata dagli inglesi o per il museo fotografico, unica possibilità di vedere gli splendidi gioielli con i quali è adornata la punta. Facciamo un sacco di foto e poi torniamo a valle dopo aver dato un ultimo sguardo alla stupa.

Yangon Shwedagon Paya
Vita da monaco buddista…

 

Yangon Shwedagon Paya
L’omaggio alla piccola pagoda del mercoledì

Cerchiamo un posto dove mangiare che non sia un semplice baracchino lungo la strada e troviamo un ristorante, anche se non di certo per un mercato europeo. Ci facciamo coraggio e pranziamo li: purtroppo il cibo non è gran che, la pulizia non sembra il loro punto di forza e il conto è salato. Stavolta abbiamo toppato: speriamo almeno che gli stomaci reggano.
Torniamo in città e ci dirigiamo alle poste per spedire le cartoline: questo rito ci sta piacendo sempre di più, non riusciamo a capire come possa essere andato perduto nel corso del tempo. Cosa c’è di più bello di un pensiero scritto a chi si vuol bene, una bella immagine che rimane nel tempo insieme ad un “oggetto” che bene o male ha viaggiato per decine di migliaia di km per raggiungere il destinatario. Molto meglio di qualsiasi souvenir si possa comperare. Per noi oramai questo semplice pezzo di carta plastificata ha assunto un valore particolare.
Tornando verso la guesthouse cediamo a un Milk Tea in un baracchino. Ebbene sì. Siamo molto facili da corrompere e il sorriso della proprietaria era molto difficile da resistere. Cediamo anche su un pasticcino, oggi ce la vogliamo proprio rischiare fino in fondo…ma che boni!!!!
La sera decidiamo di uscire nuovamente per andare a vedere la China Town di qui che sembra essere il centro della vita di Yangon. Lungo la strada veniamo rapiti da dei chapati cotti sulla piastra a lato della strada e non possiamo fare a meno di prenderne 3 con diversi ingredienti: uno semplice, uno con verdure e uno con l’uovo. Passeggiando, unti come non mai, ci mangiamo queste delizie insalubri.

Yangon street food
Saremo pronti per il cibo da strada??

La China Town non ci fa impazzire di sera in quanto sembra tutto chiuso. Quando ci siamo passati di giorno era molto più caratteristica e viva, evidentemente qui la movida notturna finisce col calar del sole, e a noi va strabenissimo così. Ci rifacciamo quindi la strada a ritroso parlando tantissimo. Stasera è infatti una di quelle sere nelle quali da un piccolo screzio decidiamo di sviscerare completamente un aspetto del nostro rapporto, cercando i punti deboli, come risolverli, facendoci forza a vicenda e ogni tanto anche mandandoci un po’ a fanculo. Ma è questa parte della nostra forza: il nostro parlare, discutere, mettere a nudo ci fa costruire. E siamo sicuri che su questa costruzione si sta basando un rapporto solido e duraturo: anche perché oramai, senza la mia “piccolotta acidula” non posso più vivere.
Nella strada verso casa troviamo anche lo spazio nello stomaco per un chapati dolce, cioè spolverato con lo zucchero. Anche questo grasso da morire ma almeno mi ricorda un po’ casa quando andavamo a prendere le frittelle dolci alla festa dell’unità di Terni. Andiamo poi a dormire con il pensiero che l’indomani mattina avremo dovuto fare i bagagli per prendere un aereo, che non è proprio una cosa semplice dopo quasi 7 mesi di viaggio via terra!
Ci svegliamo carichi, chiediamo alla guesthouse se hanno una bilancia e…no, non ce l’hanno. Mannaggia e ora come facciamo a pesare i bagagli? Dobbiamo per forza andare all’aeroporto e usare quella del nastro al check-in. Intanto facciamo una sommaria distribuzione di pesi cercando di lasciare nei bagagli a mano solo le cose leggere e vitali, il resto nel bagaglio da stiva. Il problema è che il nostro “bagaglio da stiva” è un borsone di dimensioni medie che è troppo piccolo per contenere tutto quello che dovrebbe. Vedremo in aeroporto.
Scriviamo un po’ il nostro blog poi facciamo un altro pranzo nel nostro posto preferito di Yangon, la Lucky teahouse, e infine siamo pronti per andare in aeroporto. Il problema è che diluvia e la prima fermata dell’autobus è a mezz’ora di cammino. Ora proprio non abbiamo voglia di bagnare tutti i ponchi prima di un volo aereo quindi chiediamo all’hotel di prenderci un taxi a tariffa fissa: con circa 7 euro ce la caviamo.
Arriviamo in aeroporto con un largo anticipo, ma è voluto per avere il tempo di organizzare i bagagli. Infatti questa operazione ci impiega più energie e tempo del previsto per il divertimento di tutti i passeggeri intorno a noi e anche delle addette alla pulizia della hall. Disfaciamo tutti gli zaini e decidiamo alla fine di imbarcare il mio con i due salsicciotti attaccati sotto. Dopo un po’ di tetris e un bel po’ di viaggi alla bilancia finalmente facciamo quadrare il tutto. Solo i due piccoli zaini che dovrebbero passare come borse sforano un po’ il peso ma speriamo che non siano cosi fiscali, anche perché meglio di così non possiamo proprio fare. Facciamo incellofanare il mio zaino in modo che non si impigli sui vari nastri e non perda pezzi e andiamo al check-in ad imbarcarlo. Ci fanno pesare i vari zaini ma per fortuna non quelli piccoli quindi tutto passa perfettamente. Siamo dentro.

Yangon airport
Confusi in aeroporto dopo 7 mesi via terra…

 

Yangon airport
…e con tutti i vestiti addosso per alleggerire i bagagli!!

Mangiamo un boccone da KFC e poi ci mettiamo in attesa del volo. E’ leggermente in ritardo ma comunque dopo poco siamo a bordo. Di questo volo ricordo sì e no il sedile visto che appena mi allaccio la cintura entro in uno stato comatoso dal quale mi risveglio solo quando le ruote toccano di nuovo terra tre ore dopo.
Siamo a Kuala Lumpur ed è notte fonda. Nonostante sia solo uno scalo, avendo comperato i biglietti separatamente dobbiamo ritirare i bagagli e uscire dall’area internazionale. Ci fanno un visto di 90 giorni per la Malesia, quasi quasi un giretto ce lo faremmo pure tanto ci sembra esagerato questo visto per una permanenza di 12 ore ma tant’è. Verso mezzanotte siamo in giro per l’aeroporto a cercare un posto dove dormire, e troviamo un rettangolo di moquette dove altri viaggiatori stanno già passando la notte. Ci troviamo il nostro spazietto stendendo il sacco a pelo e dormendo con la testa sui bagagli proviamo a farci qualche ora di sonno.

Kuala Lumpur airport
Buonanotte…

Il giorno seguente abbiamo il volo alle 13 quindi tutto il tempo del mondo. Ci alziamo verso le 7 dal nostro giaciglio di fortuna e andiamo a fare colazione. Fortunatamente questo aeroporto è molto moderno e dotato di ogni comfort quindi non sentiamo il peso di tutto questo tempo da aspettare, tra una passeggiata, un paio di puntate della nostra serie preferita, qualche caffè nelle catene internazionali sparse un po’ ovunque arriviamo all’ora di pranzo abbastanza agilmente. Facciamo nuovamente il check-in (anche stavolta passiamo indenni) e andiamo nell’area internazionale. Il tragitto da fare a piedi è lungo e troviamo anche il tempo di fare gli scemi con i carrelli dei bagagli, correndo tra i corridoi, uno che spinge e l’altro a cavalcioni sulle valigie. Fortunatamente arriva l’ora di imbarcarci prima che ci arrestino e dopo altre 4 ore di volo atterriamo finalmente tra le montagne della valle di Katmandu, una destinazione ricca di fascino, desiderata fin da piccolo nei miei sogni di viaggio.



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