Mandalay - In sella alla motorella

22 - 25 Luglio 2016

Dopo una nottata tutt’altro che rilassante siamo approdati a Mandalay. Come sempre appena scesi dall’autobus decine di tassisti ti si aggrappano alle braccia cercando di venderti un passaggio a prezzi folli. E noi, come sempre, li scansiamo tutti e usciamo dal terminal degli autobus. Il ragionamento che facciamo sempre è che i locali non si possono permettere taxi quindi deve esistere un mezzo comune ed economico che porti dalla fermata degli autobus fino in centro. E neanche questa volta ci sbagliamo, appena svoltato l’angolo fuori dal terminal e imboccata la strada principale ecco che ci sono i famosi rickshaw, ovvero camioncini col cassone “abitabile”. Molto rapidamente siamo in centro e iniziamo la ricerca degli hotel. Su Booking.com ne avevamo individuato uno che poteva andar bene come prezzo e recensioni positive e lo andiamo a vedere. A prima vista non ci convince tanto e allora decidiamo di continuare la ricerca.

Purtroppo gli hotel vicini non competono minimamente con il prezzo, mentre quelli vicini al Forte sono troppo lontani da raggiungere a piedi. Mestamente torniamo al primo hotel, ci togliamo i pesanti zaini e ci godiamo qualche ora di sonno per recuperare la nottata in autobus.

Mandalay bus station
La lussuosa autostazione di Mandalay

 

Mandalay rickshaw
Il nostro passaggio per il centro

Verso ora di pranzo riemergiamo dal sonno profondo e dalla sensazione di spossatezza e ci facciamo forza per andare a visitare la cittadella reale. Prima però ci godiamo un bel pranzo in un ristorante indiano, gustando i deliziosi piatti a base di curry di cui ci stiamo innamorando!
Riprendiamo il cammino verso la cittadella e scopriamo che l’ingresso è dal lato esattamente opposto a quello in cui siamo noi, il che vuol dire circa 4 km di circumnavigazione delle mura.

Mandalay big chess board
La regina sulla scacchiera

 

Mandalay walls
La città proibita Birmana

Nel tragitto numerosi tassisti e guidatori di tuk tuk o di moto-taxi ci offrono i loro servigi, anche piuttosto insistentemente e adottando il meccanismo della pietà: “è bassa stagione, ci sono pochi turisti, lavoriamo poco!”. Lo so, è così che funziona, a me dispiace ma non possiamo essere noi a ripagare tutti i mancati introiti della bassa stagione. Per di più per il fatto che le attrazioni turistiche hanno dei prezzi esorbitanti per i foreigners e la cosa non ci aggrada!
Stremati strisciamo verso la biglietteria, paghiamo e davanti a noi un altro km e mezzo per arrivare fino al palazzo…BASTA CAMMINARE!!!! Finalmente ci siamo.

Mandalay city palace
Turismo locale al palazzo

Il complesso reale è in realtà una replica di quello originario dato che quest’ultimo ne aveva subite di ogni: dall’invasione britannica a quella giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ interessante però vedere come queste cittadelle reali, dalla Forbidden City a Pechino, alla Cittadella di Huè, abbiamo uno stile molto comune le une con le altre.

Mandalay city palace
Comodo questo porticato per riposare!

 

Mandalay city palace
Qualche edificio del palazzo reale

E ora inizia la strenua camminata di ritorno, ma fuori dal palazzo facciamo una sosta in un Cafè a goderci delle bibite fresche e un po’ di aria condizionata. Lentamente poi scivoliamo verso il nostro hotel. Siamo veramente al limite delle forze, abbiamo unito la nottata insonne nell’autobus a 10 km di camminata sotto un sole cocente, adesso non ne possiamo più. Doccia e a letto senza cena. Domani è un altro giorno!
Non so come troviamo il coraggio, ma il mattino dopo ci alziamo per andare a correre. L’aria è più fresca nelle prime ore del mattino e con la corsa raggiungiamo la vera Mandalay, quella un po’ più autentica. Passiamo attraverso un mercato di fiori e poi in mezzo al mercato vero e proprio con ogni tipo di verdura e carne possibile. Poi ci ritroviamo a passare in mezzo a delle stradine in cui si affacciano solo le case delle persone di cui sbirciamo l’attività mattutina di lavaggio con i secchi all’aria aperta…l’acqua corrente è un lusso che solo i turisti si possono permettere. Da qui raggiungiamo un ponte di legno sul fiume e riprendiamo la stradina che lo costeggia, per poi tornare indietro. Stamattina la corsa è stata molto più interessante del previsto, ci ha permesso di arrivare verso una parte non turistica della città in cui abbiamo potuto buttare uno sguardo rapido sulla vita di tutti i giorni delle famiglie del posto. Tornando in hotel ci ripromettiamo di tornarci domani mattina senza correre.
Dopo la colazione offerta in hotel (che è la stessa dell’hotel di Yangon e sarà la stessa di tutti gli hotel burmesi: pane tostato con marmellata, tè o caffè e un po’ di frutta) andiamo a cercare un negozio che noleggi scooter. Oggi si va alla scoperta dei dintorni di Mandalay.
Mentre siamo diretti verso il noleggio che ci ha indicato la receptionist dell’hotel un signore, che sembra quasi più indiano che burmese, ci accalappia e ci dice di andare a vedere al suo “negozio” gli scooter a noleggio. Lo seguiamo e il suo “negozio” è un pezzo di marciapiede in cui è parcheggiata qualche bici e una motorella, quella che ci vuole affittare. Il signore è convincente (anche se io rimango la solita malfidata), ci fa un prezzo molto vantaggioso e la fa provare a Marco per farci vedere che funziona bene. Prima di partire paghiamo (chiediamo la ricevuta, ma ovviamente non esiste, ci dice solo di fidarci di lui) e con i caschi indosso ci avviamo.

 Selfie
Facce da motoviaggiatori… più o meno…

Il signore però ci ha anche chiesto il nome dell’hotel e il numero della stanza e lì mi è venuta ansia che potesse andare in hotel, chiedere la chiave della nostra stanza ed entrare indisturbato, magari con l’aiuto di qualche occidentale (lo so, ho delle turbe mentali!). Marco mi fa ragionare sul fatto che come noi non abbiamo avuto nessuna garanzia da lui, neanche lui l’ha avuta da noi, non ci ha chiesto nessun documento, quindi il voler sapere il nome dell’hotel rappresenta un modo per lui di venirci a cercare se non ci presentiamo all’orario stabilito. Io comunque, nello spirito del famoso detto toscano meglio avè paura che buscanne, chiedo a Marco di fermarsi davanti all’hotel per avvisare di non dare la chiave a nessuno.
Finalmente possiamo partire: la prima meta è il famoso ponte U Bein a Amarapura a pochi chilometri dal Mandalay. Durante il tragitto però vediamo così tanti punti fotogenici che non facciamo che fermarci e catturare qualche momento caratteristico dei coloratissimi burmesi.

Near Mandalay
Il pontile per un villaggio galleggiante

E per non bastare facciamo anche una pausa gourmet, attratti da una signora che stava cucinando una cosa grassissima ma che sembra ottima…in effetti lo è!!

Burmese Fast food
Il McDonald locale…

 

Burmese Fast food
…e due soddisfatte clienti!

Alla fine arriviamo ad Amarapura e ci infiliamo con lo scooter tra le piccole strade del paese fino ad arrivare al più lungo ponte in teak del mondo con i suoi 1,2 km. Lo sappiamo, la location è consigliata per il tramonto…ma noi abbiamo altri piani per stasera: è il nostro secondo anniversario e ci vogliamo godere una bella cenetta fuori in un ristorante all’altezza!!

 Amarapura
Il ponte tra le variopinte barchette per turisti

Il ponte comunque rimane affascinante anche di giorno, ci passeggiamo sopra per metà e poi torniamo indietro. I piloni laterali del ponte sono tutti numerati e io approfitto per insegnare a Marco i numeri in Burmese: io infatti mi diverto sempre ad imparare come si scrivono i numeri negli alfabeti diversi dal nostro (ci possono essere sempre utili per capire i numeri degli autobus ad esempio) e poi ammorbo Marco costringendolo ad impararli a sua volta. Se fossi stata una insegnate i miei alunni mi avrebbero odiata!

 Amarapura
Un tempio in mezzo al lago

 

 Amarapura
Qualcuno ha lasciato aperti i rubinetti…

 

 Amarapura
Copertina di Vogue-Myanmar

Prima di passare al paesino successivo, riprendiamo lo scooter e ci fermiamo in una bettola a mangiare qualcosa. Io mi prendo solo del riso in bianco per non sollecitare lo stomaco e così fa anche Marco.

 Lunch near Mandalay
Pranzetto frugale

Mentre mangiamo però succede un misfatto: Marco si sente pungere da qualcosa, con un riflesso incondizionato schiaccia con la mano questo qualcosa che poi ci accorgiamo essere un ragno. Ora, un evento del genere, nella nostra amata Italia, non ce lo saremmo neanche ricordato, ma qui, in uno stato dell’Asia poco sviluppato, con una natura che non conosciamo, la cosa non passa così inosservata. Qui le malattie sembrano essere ovunque, con addirittura malaria e dengue che si trasmettono attraverso una stupida zanzara, quindi chi ci dice che il ragno non sia velenoso?? Veniamo tartassati dal dubbio e in queste occasioni non sappiamo mai se sottostimarlo o se correre ai ripari. Per non rovinarci la giornata con le angosce decido io per entrambi: torniamo verso l’hotel, con il ragno incartato e chiediamo se è pericoloso. Perché proprio fino all’hotel? Perché li siamo sicuri di incontrare persone con cui possiamo comunicare in inglese, ci abbiamo provato anche qui con il proprietario della bettola ma ci ha ignorato. Sembreremo scemi ad andare in giro con un ragno morto su un fazzoletto ma meglio fugare ogni dubbio e stare tranquilli, il viaggio che stiamo facendo è già provante di per sé, senza queste angosce.
Ci rifacciamo quindi tutto il tragitto all’indietro e quando arriviamo davanti all’hotel, prima controlliamo internet se qualcuno parla di ragni velenosi in Birmania, e poi chiediamo al ragazzo della reception che con fermezza ci rassicura che quello non è certamente velenoso, la sua puntura pizzica ma è totalmente innocua. Tiriamo un sospiro di sollievo e ripartiamo per il nostro giro.
Stavolta facciamo meno fermate e andiamo sparati verso la cittadina di Inwa, una tra le antiche capitali della Birmania. Adesso è composta principalmente da rovine ma al suo interno si percepisce l’atmosfera di grandezza di cui è stata protagonista un tempo. Per arrivarci ci affidiamo come al solito a Maps.me, consapevoli che ormai le strade che segna come bianche possono essere delle semplici strade secondarie asfaltate oppure delle autentiche piste fuoristrada. Ecco, stavolta quella che imbocchiamo fa assolutamente parte della seconda categoria. Ci ritroviamo in mezzo al nulla, tra qualche rovo e molte buche, tra fanghiglia e punti sabbiosi…ma sempre orgogliosi di essere fuori dalle cosiddette beaten tracks, tracce battute!

 Off the beaten track near Inwa
…forse ho sbagliato l’ultima svolta??

Al termine della strada sterrata ci fermiamo in un baracchino per gustare il nostro nuovo must have culinario: il thè birmano fatto con aggiunta di latte condensato. Quando ci prendiamo una fissa su specialità del luogo poi continuiamo fino all’esasperazione.
Il punto in cui siamo approdati è proprio all’ingresso dell’antica cittadella reale con la sua solita cinta muraria, di cui adesso sono rimasti integri solo dei tratti e questo è uno di essi.

 Inwa
Le mura di Inwa

Attraversiamo la porta di ingresso e seguiamo la strada fino alla torre dell’orologio. Essendo pericolante può essere ammirata solo da fuori e così facciamo senza neanche scendere dalla sella. Qui iniziamo a vedere i venditori ambulanti che non ti lasciano in pace nemmeno un attimo!
A nord ovest della cittadella si trova uno dei templi più famosi: Maha Aungmye Bonzan. Entriamo ad ammirare queste costruzioni ciclopiche in mattoni che hanno ospitato degli importanti luoghi di culto di cui si sente tutta la potenza!

 Inwa temple
Maha Aungmye Bonzan

 

 Big Buddha in Inwa
Una presenza rassicurante

 

 Inwa
Gli stupa non mancano mai

Dopo questa fermata ci spostiamo più ad est per ammirare il tempio in teak, non molto diverso dagli edifici della Cittadella Reale di Mandalay.

 Inwa
Il tempio in teak

Tutto intorno ci sono risaie allagate a perdita d’occhio in cui si intravede qualche donna a raccogliere riso.

 Amarapura
forse un po’ troppo allagate le risaie?

Dopo questa deviazione ad est, torniamo nella direzione opposta con il proposito di andare a cercare qualche barca che attraversi il fiume a lato della cittadella per riportarci sulla strada principale. Contrariamente a quanto pensiamo non riusciamo a trovarla e mestamente torniamo verso la porta principale per rifare la stessa strada di prima.
La prossima ed ultima meta è la città di Sagaing, famosa per la sua collina piena di templi. Per arrivarci prendiamo una superstrada e arriviamo ad un ponte ultramoderno che porta nel cuore di Sagaing. Prima di imboccare il ponte ci fermiamo per fare una foto all’insieme della collina templare e…decidiamo di non andare oltre! Le ragioni sono variegate: punto primo, dopo una giornata a vedere templi alla fine vengono a noia; punto secondo, ormai abbiamo esperienza di stupe e templi, tanto da sapere che quelle in collina sono spettacolari se viste da lontano, più ti avvicini più ti deludono; punto terzo, si è già fatta una certa ora e vogliamo correre a prepararci per la nostra serata speciale!

 Sagaing
Una foto da lontano non si nega a nessuno!

Ripartiamo in pompa sulla motorella con destinazione intermedia il terminal degli autobus per prenotare il trasporto verso Bagan. Io, che faccio da navigatrice controllando le strade su Maps.me, commetto un errore colossale: quello che mi sembrava un incrocio di due strade in realtà si rivela un “incrocio rialzato”, la strada su cui dobbiamo girare è in realtà una sopraelevata apparentemente irraggiungibile dalla strada in basso. Controlliamo se ci sono rampe di accesso, ma niente. Quando ormai siamo rassegnati all’idea di tornare indietro per chilometri e chilometri, scorgiamo una piccola stradina sterrata che sale dalla strada in basso a quella in alto, una sorta di “rampa non ufficiale”. Senza pensarci due volte la imbocchiamo benedicendo di avere una motorella. Marco gira l’acceleratore “a tutta callara” e in men che non si dica siamo sopra!! Siamo in fibrillazione, sembra di stare vivendo negli anni sessanta in Italia in cui con lo scooter potevi andare ovunque e tutto era tacitamente permesso, finalmente riusciamo a vivere sulla nostra pelle le esperienze che abbiamo per anni sentito dai nostri parenti sulle loro scorribande, sentendoci ogni volta dire “erano altri tempi”…e noi qui in Asia siamo tornati indietro ai quei tempi!
Dopo una mezzoretta (e con il serbatoio della benzina di cui non conosciamo il livello, ma che Marco si rifiuta di riempire affermando con fermezza che ci porterà fino in fondo!) siamo all’autostazione. Il compito si rivela più complicato del previsto. La compagnia di autobus che ci piace non fa la tratta Mandalay – Bagan e poche altre sembrano farla. Alla fine approdiamo in una compagnia nuova che fa dei prezzi più bassi e include anche il trasporto da e per l’hotel. Io rimango sempre un po’ sospettosa di queste occasioni straordinarie, ma sto imparando a mettere a tacere la mia diffidenza.
Al termine di questa giornata piena di emozioni, riportiamo lo scooter al “negozio” del nostro amico, andando prima a controllare che nella nostra stanza di hotel ci sia tutto. Il tizio, che ci sa fare con gli affari, ci convince anche a noleggiare da lui le bici per il giorno dopo, dicendoci che possiamo prenderle già da ora gratuitamente. In effetti ci fanno comodo per stasera perché il ristorante in cui vogliamo andare è lontano a piedi.
Adesso è l’ora della preparazione, che, come al solito non è mai rilassata, infatti si è fatto tardi e Marco mi dà una limitazione di tempo per prepararmi. Nonostante tutto riesco anche a truccarmi decentemente per l’occasione!

 Restaurant in Mandalay
La Nostra serata

Il ristorante è davvero carino e tranquillo, lontano dalle solite bettole in mezzo alle strade in cui andiamo di solito. Ogni tanto è bello coccolarci! Prendiamo due set di curry, uno con montone e uno con papera in agrodolce con mango. Entrambi i piatti, che ci dividiamo come da tradizione, sono eccezionali…e la serata si svolge proprio come desideravamo (forse manca un po’ di vino :P).

 Restaurant in Mandalay
Un menù eccezionale

Al termine della cena Marco, con gli occhi vistosamente emozionati, mi lascia senza parole con il suo regalo. Non ci siamo fatti regali materiali, non ha senso, ma lui mi ha preparato qualcosa che non dimenticherò mai, che va fuori dagli schemi e in cui è presente l’amore più autentico, più profondo, più vero e più meraviglioso che io abbia mai ricevuto! Non manca mai di dimostrarmi ciò che sono per lui e di rinnovarmi giorno dopo giorno il suo amore sconfinato, come spero di fare anche io nei suoi confronti. Ma quando tutto questo esplode in questi gesti pazzeschi, mi si mozza il fiato dall’emozione, dall’amore senza limiti, dal pensiero di quanto sono fortunata e quanto sono orgogliosa di essere al fianco di un uomo eccezionale…che va oltre anche ai sogni di bambina. Un principe azzurro che rimane così splendidamente azzurro anche dopo 2 anni, anche dopo la fase di innamoramento, anche dopo 7 mesi di vita 24 ore su 24 insieme. E farò di tutto, e so che anche lui lo farà, per non perdere tutto questo, per non farlo svanire nel tempo, per farlo rimanere sempre il nostro folle amore!!
L’ultimo giorno a Mandalay inizia, come avevamo già deciso, con sveglia alle 6 per recarci nelle stradine che ieri abbiamo velocemente passato durante la corsa. Vogliamo andare a respirare un po’ di autenticità…i templi da soli non bastano a parlare del popolo che li ospita. Le strade sono già in fermento, non ancora affollate al massimo, ma già coloratissime. Il mercato dei fiori è al solito posto e oggi ci soffermiamo a guardarli e annusarne l’odore.

 Flower Market Mandalay
Le prime venditrici di fiori

 

 Flower Market Mandalay
Incontriamo anche dei piccoli monaci

Ci sono poi infinite bancarelle di ghirlande arancioni votive o bianche portafortuna.

 Amarapura
Il mazzo di ghirlande portafortuna

Purtroppo il mercato che abbiamo visto ieri, oggi non è in piena attività, ma siccome è domenica abbiamo come il sospetto che da qualche parte si stia svolgendo il mercato della domenica. Nel frattempo continuiamo a girare un po’ a caso tra le stradine, cercando anche un posto in cui fermarci a bere un thè birmano. E alla fine è il posto a trovare noi: il proprietario di uno dei baracchini ci fa cenno di entrare, ci versa due thè accompagnati con delle ciambelle frittissime e la signora della bancarella affianco ci porta, senza averlo chiesto, un piatto di noodles cucinati nella loro tipica modalità per colazione. In realtà non volevamo tutto questo, ma è stato impossibile rifiutare e Marco si immola a mangiare i noodles, data la mia ancora reticenza a mangiare zuppe per colazione. Il thè invece me lo gusto fino in fondo. Quando andiamo per pagare, ci fanno cenno che non vogliono soldi e benché non abbiamo nessuna lingua in comune per comunicare, capiamo dai loro occhi così gentili che hanno solo voluto farci assaggiare le loro specialità come segno di benvenuto.

 Mandalay
Ricordo di una colazione speciale

Ecco perché dicevo che non basta visitare le attrazioni turistiche dei posti!! La gentilezza di questo popolo, i loro sorrisi, nonostante abbiano subito i peggiori soprusi possibile durante la dittatura militare, ci fanno tornare la consapevolezza di essere non solo delle banche ambulanti ma anche delle persone che vogliono conoscere e condividere!
Continuando a camminare, un po’ a caso, un po’ seguendo il flusso, arriviamo finalmente al mercato della domenica!

 Mandalay
Uno dei mercati “improvvisati” della città

Un immenso assembramento di bancarelle di ogni genere che occupa una moltitudine di strade e viottoli. Colori sgargianti, odore di spezie, grida dei venditori, qualche rickshaw che intasa il traffico e aggiunge il rumore del clacson. Un brulicare di attività, di vita. Ci divertiamo a girare tra le bancarelle, compriamo delle ghirlande bianche da mettere nelle nostre bici (come portafortuna di ogni mezzo di trasporto che si rispetti) e ci lasciamo conquistare da qualche dolcetto fritto.

 Mandalay
Un acquisto per il corpo..

 

 Mandalay
…e uno per lo spirito

Quando torniamo in hotel facciamo colazione nel rooftop e poi iniziamo la nostra passeggiata in bici. Oggi il tempo è instabile e l’aria profuma di pioggia. E’ la stagione dei monsoni e noi siamo già stati abbastanza fortunati, quindi non siamo minimamente toccati dal cattivo tempo, mettiamo però nello zaino i nostri ponchi. E infatti li dobbiamo dispiegare quasi subito, nell’assetto da bici ormai ampiamente testato.

 Mandalay
Qui ancora senza ponchi ma con i portafortuna!

Ci avviciniamo lentamente verso la collina dei templi di Mandalay, ma quando arriviamo sotto decidiamo di non salire alla stupa principale data la pioggia. Pedaliamo allora verso Shwenandaw, un tempio in teak simile a quello di Inwa.

 Mandalay
Altro tempio in teak

 

 Mandalay
Against the rule!!!

Facciamo qualche foto e poi prima di ripartire ci mettiamo un attimo seduti sotto un colonnato coperto sul marciapiede…ottima scelta!! Di lì a 5 minuti si scatena un acquazzone epico che siamo bene felici di aver evitato. Motorini con a bordo ragazzetti zuppi dalla testa ai piedi si fermano sotto la tettoia insieme a noi aspettando che spiova, uno di loro non smette di tremare dal freddo che ha preso!

 Mandalay
Il monaco ha, saggiamente, un ombrello

Mentre siamo rintanati lì sotto, passa un temerario venditore ambulanti delle tipiche insalate birmane. Abbiamo letto nella guida essere un piatto tipico assolutamente da provare e cogliamo l’occasione: 2 per favore!

 Mandalay
Le insalate sembrano proprio gustose!

Tutti entusiasti mettiamo in bocca la prima forchettata e…diventiamo paonazzi! Ci siamo dimenticati di dire le 2 paroline magiche “No spicy”, non piccante, e questa volta abbiamo fatto un grave errore. L’insalata è una delle cose più piccanti che abbia mai mangiato, al punto di farmi male la bocca in un modo insopportabile. Ci vorrebbe della mollica di pane, ma dove lo troviamo adesso?? Nonostante tutto ho fame e non vediamo possibilità di mangiare altrove tanto a breve, dato l’acquazzone che non intende scemare. Mi forzo a mangiarne qualche altra forchettata, con gli occhi in lacrime, ma poi desisto! E’ davvero troppo! Ci mettiamo un buon quarto d’ora a non sentire più il palato infuocato…ma lo stomaco ne subisce!!

 Mandalay
Invece sono incendiarie!!

Quando ci siamo rotti le scatole di aspettare sotto alla tettoia, ci facciamo coraggio e con i ponchi sempre indosso riprendiamo le bici. Avremmo potuto andare in hotel e aspettare che spiovesse, ma no, noi siamo testardi: volevamo vedere il mercato della giada e lo vedremo. Prendiamo tanta acqua (che grazie ai ponchi non ci bagna), prendiamo un bel po’ di schizzi e cerchiamo di pedalare in mezzo al traffico impazzito. Una mezzora lunghissima e quando arriviamo davanti al mercato scopriamo che è chiuso…ottimo!! Lì vicino però abbiamo letto esserci una teahouse. Deliziati mentalmente da un posto al chiuso in cui gustare il nostro amato thè, ci facciamo coraggio e continuiamo a pedalare. Quando ci arriviamo davanti ci accorgiamo che non è come immaginavamo, ma è una struttura aperta con una tettoia dove non c’è la selezione di thè che ci aspettavamo (e allora perché ti chiami teahouse??), anzi, la gran parte di menù è dedicata al cibo.
Ci prendiamo un thè, ma anche dei noodles per terminare il pasto iniziato con l’insalata di prima…anche se sono le 3 del pomeriggio.
Fortunatamente quando ripartiamo non piove più e il tragitto verso l’hotel risulta più agevole. Decidiamo di non riportare subito le bici al nostro amico, ma andiamo a riposare per qualche ora in hotel. Ci addormentiamo in un sonno profondo che ci fa del tutto dimenticare che dobbiamo riportare la bici entro le 19. Alle 18:50 Marco si ricorda improvvisamente della scadenza e ci catapultiamo verso il “negozio”. Il signore è visibilmente preoccupato e quando ci vede arrivare si apre in un enorme sorriso esclamando “my friends!!”. Lo salutiamo con piacere e mi ricredo su tutti i dubbi che ho avuto su di lui, alla fine è stato davvero caruccio. E prima di ripartire ci dà un consiglio per cena: andate nella via qui a destra verso il vostro hotel, è pieno di chapati!! Ottimo!!
Marco mi chiede se ho capito cosa intendesse con chapati e gli rispondo di no. Lui in tutta risposta mi chiede che cavolo annuisco a fare se non capisco quello che mi dicono!! Ma io “me la sento calla”, non so cosa sia il chapati, ma sento che lo troveremo. Scherziamo su questo per tutta la passeggiata, ridendo come scemi e alla fine sentiamo la chiamata….lo vediamo…lo riconosciamo istintivamente…è lui…il chapati!! Ci sono numerose bancarelle a bordo della strada in cui viene impastato e cotto un tipo di pane, detto appunto chapati. Uno dei venditori attira la nostra attenzione urlando Chapati! (ecco la chiamata!!). Senza chiedere nessun prezzo ci sediamo ai suoi tavolini, ordiniamo qualche curry che il proprietario ci mostra nei pentoloni e poi tanto tanto chapati. Ne veniamo rapiti! E’ pane, e il pane ci manca! E buono, è saporito e lo adoriamo fin da subito inconsapevoli che ne vedremo di tutti i tipi in India!

 Mandalay
Il “chapati” in cottura

 

 Mandalay
e poi tra le nostre mani

Siamo entusiasmati dalla cena, ci scofaniamo tutto e paghiamo un prezzo irrisorio! Presi dall’euforia finiamo la serata in una specie di pub davanti al nostro hotel, bevendo della birra e fumando un sigaro birmano che abbiamo comprato nel pomeriggio. Risate a non finire!!!

 Mandalay
La bella

 

 Mandalay
E la bestia

Siamo pronti per la prossima tappa: Bagan!



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