Un viaggio dentro noi stessi - Il racconto di Erika

07 - 13 Luglio 2016

Come ci sono arrivata?? Fino a qualche mese fa non sapevo neanche che esistessero corsi di meditazione, non sapevo neanche cosa significasse meditare. Era solo una parola esotica con un significato più alto di me, che mi era estraneo, che non suscitava la mia curiosità…”sono troppo razionale per questo tipo di ascetismi” mi sono sempre detta. Poi sono capitata nella patria del Buddismo, l’Asia, e questo termine ha iniziato ad assumere un significato. Inoltre frequentando assiduamente blog di viaggio si legge la parola meditazione ovunque e allora il pensiero di provarci ha iniziato a stuzzicarmi. Con Marco ogni tanto lanciavamo un sassetto verso questa direzione e alla fine ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti “facciamolo”!

“Ma facciamo cosa?” mi chiedevo, per me restava ancora una parola con un significato troppo irrazionale, troppo incomprensibile, troppo inafferrabile. Allora ho iniziato a documentarmi su internet, non sopporto arrivare impreparata! Su internet tutti dicono le stesse cose, raccontano gli stessi tecnicismi: ti metti seduto nella posizione del loto e ti concentri sul tuo respiro per smettere di pensare. E stai così dapprima per 15 minuti, poi aumenti di giorno in giorno. Poi lo puoi fare anche stando fermo in piedi o camminando. Va beh, ma che ci vuole!!! Pensavo alle numerose giornate in cui me ne sono stata in casa da sola senza fare niente, in cui sono stata seduta per ore nel divano da sola con me stessa senza muovermi di un millimetro. Pensavo….
Poi passavano i giorni e qualche timore iniziava a venirmi, per lo più pratici “non so stare nella posizione del loto, mi fanno male le ginocchia”, “come farò a non mangiare dopo le 12 fino al mattino dopo”, “dovrò dormire da sola senza l’abbraccio pieno d’amore di Marco”. Però mi sentivo forte per affrontare questa enorme sfida con me stessa.
Alla fine ci siamo arrivati, siamo arrivati ai piedi della collina, poi ai piedi del monastero, poi abbiamo aggirato tutte le stupe con i nostri zainoni nelle spalle, poi siamo scesi e ci siamo ritrovati di fronte al centro di meditazione.

Doi Suthep Meditation Centre
L’ansia che avanza..

E i battiti si facevano sempre più forti e la paura arrivava sempre più dritta al cuore. Abbiamo fatto il check in intorno alle 12:30, ci hanno dato le chiavi delle nostre stanze, ci siamo tenuti per mano un’ultima volta e poi ci siamo separati. Ci siamo, siamo dentro, l’avventura è iniziata! Mi sono messa nella tenuta bianca, ho sistemato le mie cose in camera in modo da rendere un po’ più personale quel luogo del tutto asettico che mi avrebbe ospitato per una settimana. Alle 14 sono salita verso la sala principale del centro per la cerimonia di benvenuto in cui un giovane monaco ci ha spiegato fin troppo velocemente e con noncuranza le posizioni della meditazione. Poi è comparso il teacher, un monaco di un’età indefinibile che ci avrebbe accompagnato per l’intera settimana. Durante quella prima seduta di benvenuto il teacher ci spiega qualcosa in più e ci dà i compiti per la giornata: 15 minuti di meditazione camminata seguita da 15 minuti di meditazione da seduti. Durante la prima l'attenzione va posta nei movimenti delle gambe, lifting, moving, falling, mentre da seduti ci si deve concentrare unicamente sul movimento dell’addome durante la respirazione rising, falling. Il teacher ci tranquillizza anche sul fatto che non riusciremo fin da subito a smettere di pensare e a concentrarci sul respiro, ci dice che è normale e che non dobbiamo innervosirci quando succede, ma piuttosto bisogna essere consapevoli che la mente sta vagando altrove per poi riportarla sulla respirazione. Va bene, proviamoci!!
Dopo la cerimonia di apertura e le spiegazioni del teacher, salgo nella sala comune per l’esercitazione. Appena apro la porta vedo un pavimento pieno di tappeti della stesse dimensioni in cui esercitare la meditazione camminata e una pila di cuscini da usare a piacimento per quella da seduti. Una cosa mi consola, non è fondamentale tenere perfettamente la posizione del loto, basta cercare di stare con le gambe incrociate mettendo quanti più cuscini possibile per cercare una posizione comoda. Trovo molti altri allievi del corso, arrivati giorni prima di noi, tutti con le loro tenute bianche che camminano lentamente sui tappeti con lo sguardo basso o che con gli occhi chiusi e le gambe incrociate sono concentrati sul loro respiro. Ogni tanto qualche sveglia suona per scandire il tempo. La visione di tutto questo mi colpisce, non saprei dire perché, o meglio l’ho scoperto qualche ora dopo e nei giorni a venire, ma in quel momento sono stata solo sorpresa da una sensazione strana quasi di rifiuto. Ho preso due o tre cuscini, mi sono trovata una postazione e ho iniziato a camminare sul tappeto. Poi mi sono seduta con le gambe incrociate per altri 15 minuti e poi ho ripetuto di nuovo quel ciclo. Ho capito subito che era molto molto differente dalle mie giornate da sola seduta nel divano…molto!! Mi sono accorta di quanto una persona possa pensare in qualsiasi momento della sua vita, anche mentre si pensa di non pensare in realtà la nostra mente è sempre lì che lavora a creare pensieri di ogni tipo in maniera incontrollabile. Ho capito che quando stavo seduta sul divano senza fare niente in realtà pensavo, pensavo ad un miliardo di cose, pensieri fugaci, di un secondo, dei quali neanche ti rendi conto e la mente non smette mai di produrli, non puoi semplicemente dirgli STOP, ora non si pensa. Ed è quello che è successo in quella prima esercitazione, più volevo concentrarmi sulla respirazione e più la mia mente lavorava di sottofondo arduamente per far emergere pensieri su pensieri, pensieri assurdi, pensieri banali, pensieri remoti…pensieri, solo pensieri! Provaci in tutto questo marasma di pensieri a concentrarti sul respiro, prova a scacciarli e per ognuno che scacci te ne vengono altri tre. La mente è sfuggevole, non segue nessun tipo di comando, è anarchica!! Adesso iniziavo a capire cosa sarebbe stata quella settimana che avevo notevolmente sottovalutato. Sarebbe stata una lotta continua con la mia mente e sarebbe stata ancora più sanguinosa di quanto potessi immaginare in quel momento.

Doi Suthep Meditation centre Sitting Meditation
Meditando…o pensando?

Dopo un’oretta ho abbandonato la sala comune per tornare nella mia stanza ad aspettare le 18, l’ora dei canti serali. Mi sono abbandonata nel letto disperata. Quando sono uscita di nuovo dal mio nido per partecipare ai canti mi sono vista dall’esterno camminare verso la sala insieme a tutti gli altri allievi, tutti vestiti di bianco, tutti che camminavano con una lentezza che non sei abituato a vedere nella vita reale, tutti con la faccia bassa e le mani dietro la schiena. Mi sono guardata intorno e, cavolo, mi sembrava di essere in un ospedale psichiatrico. Ma dove cavolo sono finita? Che ci faccio io qui?? Mi sentivo decisamente fuori da quel coro bianco. La disperazione era sempre più forte!!
Mestamente mi sono seduta insieme agli altri nella sala del maestro, ho preso in mano il libro dei canti, ho sfogliato quelle pagine colme di scritte indecifrabili. Insieme agli altri mi sono messa in ginocchio all’arrivo del maestro, mi sono prostrata 3 volte verso la statua del Buddha e poi ho iniziato a seguire il ritmo del maestro intonando canti incomprensibili. Stranamente mi sono sentita meglio, più sollevata, cantare mi ha sempre distolto dai cattivi pensieri, e quello dei canti è rimasto per tutta la settimana l’appuntamento giornaliero più rassicurante.

Doi Suthep Meditation centre
La sala dei canti

Poi sono andata di nuovo nella sala delle esercitazioni per riprovare a meditare prima di coricarmi e la tranquillità che avevo con fatica acquistato con i canti se ne è andata di nuovo. Volevo mettere termine a quella giornata, subito. Dopo un primo ciclo di meditazione ho fatto cenno a Marco che mi sarei ritirata nella mia stanza, lui invece mi ha fatto capire che sarebbe rimasto ancora un po’. Lì sono crollata, fuori era buio, io stavo a pezzi e in quel momento ho realizzato che quella notte avrei dormito senza l’abbraccio rassicurante di Marco, avrei dormito senza la mia casa! Marco si è accorto della mia tristezza e mi ha accompagnato fino al mio edificio. Abbiamo subito spezzato la regola del non parlare, mi ha visto devastata da quel primo giorno e ha ritenuto più importante rassicurarmi piuttosto che far fede a quella regola. Poi ci siamo salutati e mi sono ritirata in camera. E così è finita la prima giornata del corso, così in un solo pomeriggio sono passata dall’euforia del provare una cosa nuova allo sconforto più totale, così mi sono accorta cosa significa ritrovarsi all’improvviso soli con se stessi senza la sicurezza che stare nella società dà, senza leggere, né scrivere, senza internet, senza parlare con nessuno, senza l’abbraccio della persona che ami, sola con le tue paure, le tue frustrazioni, sola con tutti i tuoi pensieri che dovresti annullare per pensare al tuo respiro, sola senza tutte le sovrastrutture che uno si crea nel corso della sua vita e che ora sono messe a nudo, che adesso sono inutili. Sola con la propria mente, con il proprio corpo, con la propria anima!!

I giorni seguenti sono stati scanditi secondo un programma ben preciso: alle 5 del mattino sveglia, alle 5:30 il Dhamma Talk in cui il maestro ci spiegava con parole semplici i concetti base del Buddismo e della meditazione, alle 7 colazione, alle 11 pranzo, alle 13 colloquio privato con il maestro, alle 18 canti serali; tutto il resto della giornata era dedicato alla pratica della meditazione per conto proprio che poteva essere fatta nella sala comune o in camera propria.
Questa routine era l’unica cosa che mi infondeva sicurezza, questi orari scanditi erano l’unica mia fonte di serenità e l’unica cosa che mi faceva percepire il passare del tempo…e non vedevo l’ora che passasse quel dannato tempo!
Non capivo! Non capivo quello che stavo facendo né la sua utilità, i primi due giorni mi sono sforzata di frequentare la sala delle esercitazioni per praticare il più possibile, ma compievo solo gesti meccanici. Seguivo le indicazioni del maestro e le eseguivo come si possono eseguire passi di danza…alzo il piede, lo porto lentamente avanti, lo riappoggio per terra…ma non c’era niente che andava più in profondità.

Doi Suthep Meditation centre Walking Meditation
Prove di meditazione

Durante i 15 minuti di meditazione da seduta poi era un continuo generare pensieri brutti. E stare in quella sala…dio…mi metteva ancora di più di malumore. Vedere tutte quelle persone accanto a me che eseguivano la stessa “danza” o che se ne stavano seduti con quell’aria da santoni che hanno raggiunto il Nirvana, mi metteva angoscia. Tutti, tutti, sembravano essere entrati dentro a quei meccanismi…tutti…tranne io. E mi ritrovavo a competere con loro, sbirciavo la persona che stava nel tappeto vicino al mio vedendo se faceva mosse più lente o più veloci delle mie, come se la lentezza dei passi significasse l’essere riusciti a meditare. Ascoltavo le sveglie che suonavano e facevo dei rapidi calcoli su quando sarebbe suonata mia per porre termine a quel ciclo di meditazione…e non aspettavo altro. Insomma non c’era niente di ascetico in tutta questa pratica e mi sembrava una gran perdita di tempo. Avrei potuto finire di leggere il libro o avrei potuto portarmi avanti con il blog o sistemare i miei quaderni di ricordi…invece dovevo passare il tempo a ripetere rising, falling e a fare la caccia ai pensieri. In più in quei primi giorni non c’era sole, ma una fitta coltre di nebbia che copriva tutto e che creava un’umidità fastidiosa. Gli unici momenti di tranquillità erano le mie passeggiate al tempio principale, in cui potevo imbattermi nei turisti che affollavano la piazza e potevo sorseggiare un tè caldo per riscaldarmi le ossa inumidite…sempre rispettando la regola del silenzio.

Doi Suthep
Le mie passeggiate ristoratrici al tempio!

 

Doi Suthep
Passo il tempo a fare foto...

I colloqui individuali con il maestro non erano assolutamente come me li aspettavo, pensavo che sarebbero stati dei momenti di riflessione, dei momenti in cui avrei potuto esternare le mie angosce e trovare una risposta ai miei dubbi. Invece anche quelli sono stati una delusione, il maestro ripeteva a tutti la stessa formula, faceva qualche domanda retorica senza ascoltare le risposte e poi velocemente dava i compiti per il giorno dopo che si limitavano in qualche minuto in più di meditazione. E allora come avrei trovato la strada? Chi mi avrebbe spiegato finalmente e acceso la scintilla per capire quello che stavo facendo? Ero terribilmente delusa, del maestro, di me stessa, mi sentivo come se avessi un’opportunità grande e la stessi sprecando, ma allo stesso tempo non riuscivo a sforzarmi per cercare la strada giusta, non riuscivo a impegnarmi nell’esercizio assiduo.
Il terzo giorno sbotto…inizia la fase di rifiuto! E sbotto per una cavolata: dopo pranzo Marco, infrangendo per 2 secondi la regola del non parlare, mi dice che oggi ha fatto dei passi avanti…e tutto dentro di me crolla. Ecco il peso del confronto che si è fatto strada nei giorni precedenti e oggi è scoppiato. Mi rinchiudo nella mia stanza e decido di mollare, io non sono migliorata, lui si, allora io mollo. La mia mente è così, imperfetta e problematica! Decido anche di infrangere un altro paio di regole. Mi metto a scrivere, scrivere mi rilassa, mi fa mettere in luce i problemi senza perdermi nel marasma disordinato dei miei pensieri. Così li metto nero su bianco, li fisso, do loro una dignità e un ordine e riesco a capirci qualcosa in più. Mi convinco che l’aver rotto questa regola mi sia di aiuto, sia di aiuto al mio cammino qui dentro. Poi decido anche di leggere, anche in questo caso per aiutarmi a capire: leggo il capitolo di “Un indovino mi disse” in cui Terzani parla della sua esperienza di meditazione…e grazie a lui riesco a tranquillizzarmi e a dare un senso a molte più cose.

E io che ci facevo? Mi sentivo come il paziente nella corsia di un manicomio che cerca di convincersi che è stato portato lì per sbaglio o che le sue condizioni non sono così gravi come quelle degli altri. […]
I primi giorni furono durissimi. […] Mai, neppure per un secondo, riuscivo a “meditare”. […] Tenevo i peidi sotto le ginocchia, le mani ferme, ma la testa, quando non si fissava sul dolore nelle gambe o sulla voglia di alzarmi e urlare, mi andava in tutte le direzioni: scappava e non riuscivo a richiamarla. Non la dominavo; non era mia. […]
[…] io cedevo, mi muovevo, cambiavo posizione, aprivo gli occhi…ed ero frustrato a vedere come certi altri invece continuavano serenamente. […]


Leggere le sue impressioni, così simili alle mie, ha dato una dignità a quello che provavo. “Se una persona grande e intelligente come Terzani ha provato le mie stesse cose vuol dire che non sono proprio così incapace e stupida come penso”, mi dicevo.
Dare un ordine ai miei pensieri e leggere le frasi di Terzani mi hanno ridato, in quel giorno di rifiuto, la forza di provarci. Ma il fastidio del vedere gli altri “santoni” vestiti di bianco che si atteggiavano nella sala comune rimaneva. Allora ho deciso di annullare questa fonte di irritazione e mi sono messa a meditare in camera. Non avevo la minima intenzione di mettere più piede in quella sala dove sembrava che tutti andassero per far vedere quanto erano bravi. Se questo cammino è individuale allora non vedevo il motivo di andare a esternare il mio impegno nella sala comune in cui tutti sembravano dire “ehi, guardami quanto sono figo che mi alleno 5 ore al giorno!”.
E così quel terzo giorno ho iniziato ad analizzarmi, a tirare fuori tutte le mie debolezze ed i miei loop mentali, consapevole del fatto che non li avrei risolti in quei 7 giorni, ma che almeno avrei potuto conoscerli più a fondo. Forse non avrei raggiunto l’obiettivo di meditare ma potevo comunque sfruttare quel periodo di silenzio e solitudine per conoscermi meglio e cercare di portare a galla tutte le questioni interiori irrisolte…almeno adesso avevo un obiettivo e potevo dare un senso al tempo che passava!
Il cammino però non è stato semplice neanche con queste nuove consapevolezze. Momenti di forza e di volontà di provare e riprovare si sono alternati a momenti di rabbia, voglia di mollare e di andarmene. Momenti costruttivi in cui ho cercato di dare un senso mio alla pratica di meditazione si sono succeduti a lentissimi e interminabili momenti negativi in cui ero in grado solo di stare sdraiata sul mio letto a guardare il soffitto sperando che il prossimo appuntamento giornaliero arrivasse in fretta.

Doi Suthep Meditation Centre
Momenti interminabili!

Ogni tanto evadevo da tutte queste forze contrapposte con la mia solita e rasserenante passeggiata al tempio, in cui la cioccolata calda ha preso il posto del tè…per la mancanza di affetto, soprattutto del mio affetto verso me stessa!

Doi Suthep
Peregrinazioni al tempio…

 

Doi Suthep
…in cerca di forza

Il quarto giorno si è fatto strada qualcosa dentro di me. Dovevo capire dove si rivolgevano i miei pensieri quando cercavo di scacciarli durante la meditazione. Anche il maestro, nei suoi sermoni, diceva che era importante capire cosa la mente ci portava a pensare inconsapevolmente, in modo da possederla e poterla riportare a concentrarsi sul respiro. Così ho iniziato a fare una lista dei miei pensieri più frequenti e li ho divisi in macroaree. Così mi sono accorta che la moltitudine di pensieri che mi si generavano in realtà potevano essere ricondotti a tre categorie: il futuro, il confronto con gli altri e la paura di perdere gli affetti.
A questo punto mi sembrava di aver fatto un buon lavoro analitico, forse fuori tema rispetto alla meditazione, ma mi convincevo che fosse utile per me e per migliorare me stessa. Ma adesso che avevo riconosciuto tutte queste mie aree di insicurezza e che mi generavano tensione interiore come potevo andare avanti? Adesso conoscevo i problemi, ma come risolverli? Non riuscivo a trovare una strada che portasse alla soluzione…alla liberazione. Non anelavo alla totale risoluzione, ma desideravo con tutta me stessa trovare un cammino che mi portasse alla scomparsa di quei loop mentali. Ma non ce l’avevo, non capivo come fare!
A quel punto però ero diventata un terreno fertile. Il disagio che sentivo nei giorni precedenti andava scemando. L’irritazione che mi generava quel posto stava facendo spazio ad altro. Adesso i miei sensi erano attivi, pronti a trovare una strada, la mia strada. Così, dopo aver partecipato per 4 giorni ai sermoni delle 5 del mattino del maestro con svogliatezza, adesso le mie orecchie erano pronte a sentire i suoi insegnamenti e a ricavarne qualcosa di buono. Qualcosa stava cambiando e la fiducia in me stessa si stava lentamente ricostruendo.
La mattina del quinto giorno mentre mi preparavo per andare a sentire gli insegnamenti del teacher ho sentito la piacevole brezza mattutina sulla mia pelle e la piccola camminata tra la mia stanza e la sala del maestro non è stata un supplizio, anzi godevo del buio di quel giorno non ancora sorto, del fresco venticello e del silenzio di quel luogo. E quel mattino il maestro aveva insegnamenti perfetti per me…o forse ero io che ero pronta a sentirli per la prima volta?

Prima di perdonare gli altri bisogna imparare a perdonare se stessi!

LET IT BE!! Accetta quello che succede, accetta le sensazioni che senti, siine cosciente, dà loro un nome e poi lasciale andare. LET IT BE è diverso da I DON’T CARE, non me ne curo; quest’ultimo significa far finta di niente e coprire tutto con un falso sorriso, significa sotterrare, significa non accettare. E invece bisogna guardare fino in fondo alle cose per accettarle!

E quel giorno sono uscita dal mio guscio. Avevo capito quale fosse la strada, e ne avevo capito il senso, il fine ultimo. Allora non avevo più paura del confronto con gli altri, mi sentivo forte di me stessa. Quel giorno sono anche tornata nella sala delle esercitazioni e riuscivo a non sentire il peso degli altri…LET IT BE! Forse qualche attimo riesco a meditare, sento il mio corpo più leggero, senza tempo e senza spazio, scrivevo quel giorno nel mio diario, che nonostante l’interdizione di scrivere, continuavo a tenere come strumento di comprensione di me stessa! Ci sono stati momenti di ricaduta, ovviamente, il cammino non è mai dritto!
Ed è talmente tortuoso che quando pensavo di avercela fatta mi sono affossata di nuovo, l’ultimo giorno, al mattino, sono crollata un’altra volta. Non sentivo la forza del giorno prima e sembrava che gli insegnamenti a cui ero arrivata fossero svaniti nel nulla.
Il pomeriggio, dopo l’ultimo (finto) colloquio con il maestro, mi sono forzata di andare nella sala di esercitazione. Sono rimasta a guardare il nulla per un po’, non avevo voglia di meditare…anzi, sentivo proprio un’avversione tremenda. Ma poi ho concentrato tutta la mia forza di volontà e mi sono ritrovata a camminare sul tappeto. Quella parte di meditazione è stata più meccanica del solito, ma sorprendentemente nei 25 minuti di meditazione da seduta sono stata BENE!! Ho pensato molto meno, non ho avuto ansia, poche volte ho pensato all’orologio e i minuti sono passati velocemente.
Verso sera io e Marco abbiamo preso un te insieme, ormai del tutto fuori legge, e abbiamo parlato per qualche minuto. E’ stata una conversazione bellissima. Un piccolo passettino in avanti. BRAVA!! LET IT BE!! Così si conclude il mio diario della settimana!

La sera poi è successo un fatto straordinario. Siamo tutti andati al tempio principale, in cima alla collina, per la celebrazione del Buddha Day, un po’ come la nostra domenica. Ci hanno fatto fare il giro della stupa (dall’anello esterno), mentre i piccoli monaci erano intenti a farlo dall’anello più interno.

Doi Suthep Buddha Day
Celebrazioni del Buddha Day

 

Doi Suthep Buddha Day
Piccoli monaci

Poi, io e Marco siamo rimasti a sbirciare il resto della celebrazione, ascoltando il canto dei monaci e osservando la loro meditazione camminata. Ma non eravamo soli…anche LUI è rimasto! LUI…IL DIRETTORE!!!! Molto difficile spiegare la sua figura e la sua importanza in quella settimana. E’ stato come una luce, come un punto fisso, una colonna!! Lui, il suo corpo massiccio, il suo viso asiatico, il suo cenno di assenso ogni volta che il suo sguardo incrociava quello degli altri. Un pilastro! IL DIRETTORE!!!

Doi Suthep Meditation centre
Che onore!!!

Viene da Singapore, ma non può nascondere nei tratti le sue origini cinesi. Da buon cinese ha sempre fatto sentire la sua presenza durante le ore di meditazione, in cui il tempo non era scandito solo dai nostri timer ma anche dai suoi sonori rutti. La sua presenza non passava inosservata anche per un altro motivo: durante la meditazione da seduto si muoveva spasmodicamente, in maniera sgraziata, quasi come un tremito esasperato. Ci ha poi spiegato che era la sua enorme energia che lo costringeva a dimenarsi in quel modo. Ma la nomina di DIRETTORE l’ha avuta per altro: durante i canti serali il suo vocione era quello che dava la retta via a tutti gli altri…non proprio retta perché il ritmo e l’intonazione non erano sue doti innate. La sua presenza si faceva ancora più forte e dominante in quelle parti che aveva imparato meglio e di cui ricordava l’intonazione…allora lì, non ce n’era per nessuno…c’era solo LUI!!!
Quella sera al tempio ci ha avvicinato, anche lui noncurante della regola del non parlare, e abbiamo passato una mezzora indimenticabile insieme a lui…e alla sua discrezione: mentre tutti si nascondevano per fare foto ai monaci in modo da non disturbare, LUI, con il suo smartphone gigante, si metteva in prima fila e con un solo gesto immortalava quelle devote figure…con tanto di flash sparato e di suoneria a palla! Ma a lui si perdona tutti, lui è il DIRETTORE!!!
E così, con questa serata un po’ particolare e con la cerimonia di chiusura del giorno dopo, è finita anche questa esperienza, più insolita delle altre. Dentro di me si è chiusa con il ricordo delle innumerevoli battaglie interne…ed esterne…ma con la consapevolezza di aver fatto qualche passo avanti, che rappresenta solo l’inizio di una strada ancor più tortuosa e difficile, ma che forse mi porterà a quello che desidero da tempo: essere libera dal giudizio degli altri!!! LET IT BE!!

Doi Suthep
Un ricordo indelebile!

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