Un viaggio dentro noi stessi - Il racconto di Marco

07 - 13 Luglio 2016

Siamo di fronte alla piccola teleferica che ci porterà in cima alla collina. Lassù si trova il tempio dove dovremo passare una settimana nella quale affronteremo il viaggio più difficile mai percorso dall’uomo: quello dentro noi stessi. Non abbiamo perfettamente idea di cosa ci aspetti durante questo corso di meditazione e siamo un po’ in ansia. Come al solito siamo in anticipo e l’attesa tra la fine di tutta l’organizzazione e l’inizio dell’esperienza ci da il tempo di far vagare la nostra mente tra tutte le domande che abbiamo. Ma perché non riusciamo a prendere le cose meno seriamente?? Per noi è questo è qualcosa di importante, l’inizio di un qualcosa che nell’occidente non è mai esistito: l’allenamento della nostra mente. Vorrei sfruttare ogni momento in questa settimana per imparare qualcosa che mi possa essere utile nella vita futura. Sempre che tutto non mi sembri una grossa assurdità. Ma sono fiducioso che ci sono grandi uomini che hanno provato quest’esperienza e ne sono rimasti ammaliati: mi fido di loro e dei loro racconti, sebbene ognuno abbia una propria personalissima esperienza, non condivisibile con nessun’altro.

Saliamo nella cabina della teleferica con tutti gli zaini e una guida del tempio, vedendoci, subito spalanca un gran sorriso chiedendoci “meditation course??” noi rispondiamo timidamente si, quasi a non sentirci degni della sua ammirazione, e lui subito spalancando ancora di più il sorriso “good good, very good! … is good for life!!”. Mi sembra già un buon segno e ringrazio il cielo di aver incontrato questo simpatico omino. Arrivati in cima ci indica anche la strada da seguire per il centro di meditazione, che è molto distante dal tempio, essendo in una zona ritirata e tranquilla.

Is this the direction to happiness?
è questa la direzione per la felicità?

Arriviamo e la prima sensazione che ho è di incuria. Gli interni sembrano curati ma all’esterno l’erba alta, le pareti sporche, i teloni e alcuni cani randagi non creano una bella immagine di benvenuto. Ma d’altronde, mi dico, qui si viene per curar l’anima non per far villeggiatura.
Con Erika iniziamo a parlar piano, infatti una delle regole di qui è che bisogna mantenere il silenzio, a meno che non sia assolutamente necessario comunicare. Altra regola è che bisogna vestirsi di bianco, con maniche e pantaloni lunghi, senza particolari orpelli possibilmente. Ho avuto tempo, durante il corso, per chiedermi il perché di queste regole e se all’inizio le rispettavo solo perché volevo fidarmi di quello che mi veniva detto, poi ho capito l’importanza, in quella settimana, di eliminare il superfluo per concentrarsi su noi stessi. Tutto era finalizzato a farti concentrare, ogni secondo della giornata, sul tuo percorso e non sull’interazione con gli altri, che sia tramite la parola o l’immagine che dai di te.
C’è poi la regola che ci sembra la più ostica, quella di non poter mangiare nulla di solido dopo le 12. In realtà questa si è rivelata stranamente molto facile da rispettare: non ho mai patito la fame, al limite solo la mancanza del rito della cena che spezza un po’ la serata. Va detto che a pranzo mangiavamo molto e non facevamo tanto esercizio fisico, comunque siamo rimasti stupiti.
Il resto, la parte più importante, sono esercizi di meditazione e un incontro giornaliero con il maestro per indirizzarti.
Il pomeriggio dell’arrivo è denso di incontri. Prima quello amministrativo, in cui si fa il check-in e vengono assegnate le camere.

Our room during the Vipassana Course
Lo spoglio giaciglio

Poi c’è la dimostrazione della meditazione, cioè le prime istruzioni per la “sitting meditation” e la “walking meditation” ad opera di un giovane monaco. Infine alle 16 c’è la cerimonia di apertura del corso, con la consegna delle regole e il primo incontro di gruppo con il maestro, o, più semplicemente, “teacher” come lui chiamava se stesso.
Poi si viene lasciati alla pratica, in completa autonomia. Ognuno è libero di trovare la sua strada, con i suoi tempi e le sue modalità, senza che nessuno abbia da ridire. Sotto questo punto di vista è una scuola che ti tratta molto da adulto, tanto con la tua mente non puoi fingere.
Fino alle 18 mettiamo in pratica, maldestramente essendo solo all’inizio, tutte le istruzioni ricevute: concentrarsi sul respiro, o, meglio, sul salire e scendere della pancia, nella sitting meditation, o sui movimenti del piede, nella walking meditation. Il tutto cercando il più possibile di svuotare la mente e, ogni volta che questa scappa nel suo turbinio di pensieri, cercare di riacchiapparla dolcemente, senza rimproveri, con una cantilena mentale del tipo “thinking, thinking, thinking”.

Walking meditation
Walking meditation

Poi c’è il canto serale tutti insieme, in pali, che è la lingua antica usata nel buddismo: se all’inizio ci sembrava strano cantilenare parole delle quali non sapevamo il significato, poi con il tempo questa è diventata una delle attività giornaliere alle quali partecipavamo con più piacere (grazie anche al “direttore”, personaggio del quale parlerò diffusamente più avanti).
E’ difficile, difficilissimo, riuscire a descrivere le sensazioni che ho provato durante quella settimana. Innanzi tutto perché il tempo passava lentissimo e in sole 24 ore potevo fare metaforicamente 2 passi in avanti, poi 3 indietro, poi un salto di nuovo in avanti, una caduta e di nuovo rialzarmi in un punto diverso del mio cammino. Si è lì, sempre concentrati su se stessi, sul cercare di essere completamente presenti in quello che si sta facendo, senza farsi condizionare dal passato ne farsi spaventare dal futuro. Che detto così è tanto bello quanto aver scoperto l’acqua calda. Il di più è che qui ti danno anche gli strumenti per farlo. Questa meditazione, che pare una pratica da hippie anni 70, si scopre essere un efficacissimo metodo per controllare la propria mente, spezzare i loop mentali che interferiscono con la vita di tutti i giorni e arrivare razionalmente a capirsi di più. Che è poi la vera via verso la felicità.
Anche se, devo dire, all’inizio tutto sembra assurdo: ma che ci faccio io qui?? Se poi ci aggiungi una stanza immersa nel silenzio, con una ventina di persone tutte immedesimate nella parte di santoni, chi seduto, chi in lentissimo movimento, vestiti di bianco e con gli occhi chiusi, tutto sembra tranne che una pratica razionale che possa avere reali ripercussioni sulla tua vita. Sembra più che altro la strada verso il manicomio.

Buddhist monks
Ogni tanto fuggivamo al tempio superiore per rilassarci…

E invece più passa il tempo, più si ascolta il “teacher” parlare dei nostri meccanismi mentali (loro praticano una rudimentale quanto efficace psicologia da 2500 anni!!) più ci si accorge che il nocciolo non è la religione: Budda ha veramente insegnato delle tecniche per “allenare” la mente e il suo più grande insegnamento è stato “non credete a nessuno, non credete neanche a me, ma praticate voi stessi!”. La filosofia buddista, poi trasformata in religione con poche modifiche, è una potentissima guida per il vivere sereno.
Tra le varie regole c’è anche quella di non scrivere ne leggere nulla durante la settimana di corso. Ma io con la mia testa bacata che mi ritrovo ero certo che non mi sarei ricordato nulla di quei giorni, quando mi sarei trovato a buttarli giù, e quindi ho trasgredito in minima parte. Qualcosa ho scritto. Delle piccole note, niente di più, mi sono infatti obbligato a rispettare il limite che il vecchio telefono star-tac (usato come sveglia) impone per i memo: 60 caratteri al giorno.
Componevo il messaggio dopo il colloquio delle 13 con il teacher, quindi la mia “giornata di pratica” è da considerarsi le 24 ore tra i due incontri, per questo sono in realtà 6 giorni. Attraverso questi messaggi cercherò di ricostruire brevemente la mia esperienza, senza entrare troppo nel dettaglio, perché non riuscirei neanche a tradurre in parola esattamente quello che ho provato.

“1. Deglutire. No vero colloquio. Devo parlare anche nella sitting” 08/07
Il primo giorno ho dovuto lottare contro la confusione che affollava la mia mente. Per qualsiasi stupidaggine il mio pensiero vagava lontanissimo e si perdeva per lunghi minuti dietro al solito ragionare che ci occupa il cervello ogni giorno. Più mi concentravo per cercare di far tacere la mia mente più sembrava che questa mettesse in atto meccanismi per distrarmi. La cosa che più non sopportavo era deglutire. Mi spiego meglio: facendo qualsiasi altra attività non ho bisogno di deglutire ogni 35 secondi. Mentre invece ero seduto a meditare avevo una salivazione spaventosa e dovevo deglutire spessissimo deconcentrandomi. Ogni volta era una cannonata, mi sembrava di diventar matto. Ed effettivamente rileggendo quello che sto scrivendo lo sembro, ma è esattamente quello che è successo e più cercavo di controllare la deglutizione più questa aumentava. Che urto!!! Dovevo assolutamente parlarne con il maestro al colloquio e lo aspettavo con ansia. Ma poi quando è venuto il momento ho scoperto che questo non era un vero e proprio colloquio ma un suo soliloquio con il quale mi dava le istruzioni per il giorno successivo senza il minimo feedback da parte mia. All’inizio sono rimasto un po’ male ma poi ho fatto il parallelo con le mie esperienze nelle arti marziali cinesi: questa è la scuola orientale, devi praticare, praticare e praticare. Poi ancora praticare. Poi forse puoi fare qualche domanda. Che alla fine è anche giusto perché dopo un giorno di meditazione tutti hanno suppergiù le stesse difficoltà che poi piano piano spariscono. Ma li per li sembrano insuperabili!!
Per tutto il primo giorno io nella sitting meditation (quella che si fa a gambe incrociate per capirsi) cercavo di mantenere, anche se con scarso successo, il silenzio mentale. Non avevo capito che bisognava seguire il movimento della pancia e ripetere internamente “rising, falling, rising, falling” (anzi “Lising, faRRing” come diceva il nostro asiatico “teacher”!!). Quando, durante il colloquio, nel discorso ho capito questa cosa mi son detto che magari era per quello che avevo avuto così tante difficoltà: non mi restava che provare!!

Chanting room – Vipassana Course
La stanza degli incontri con il “teacher”…no, non è il vecchino vestito di bianco…

“2. Miglioramenti senza maestro: Deglu OK, solleticato dalla sensazione” 09/07
Il secondo giorno, nonostante non ne avessi parlato con il maestro tutto è andato migliorando, probabilmente anche per la cantilena mentale. Ma voglio sperare che fosse anche perché la mia mente piano piano si stava allenando a questa pratica.
Addirittura nelle note già parlo della sensazione. La mattina del 10 infatti durante una sitting meditation per brevi tratti una sensazione di pace mi pervade. Che sia l’inizio??
Ho fatto anche una cazzata con Erika. Più volte mi sono detto che uno dei motivi per cui non ci era concesso parlare era anche per non condividere le sensazioni che ognuno di noi stava provando, perché il percorso è personale e parlarne può far nascere come una competizione. Bè dimenticandomi di tutto questo chiedo ad Erika come sta andando e lei mi risponde che non è cosa per lei, io provo a spronarla perché vorrei che anche lei prendesse il massimo da questa esperienza, ma come mio solito faccio più danni che stando zitto.

Sitting meditation
In lotta con la mente

“3. Dolore. Energia che si spande al sitting. Chiarimento. Letterina” 10/07
Questo è stato il giorno del dolore alle ginocchia. Le mie povere articolazioni malandate mal sopportano la posizione del loto per lunghi periodi e sono dovuto quindi ricorrere alla pomata durante la notte.
Lo step successivo di pratica della sitting meditation era di concentrarsi su tutto il corpo come un blocco unico, dopo il solito “rising, falling”. Quindi seguendo il respiro si doveva scandire mentalmente “Lising, faRRing, sitting” e così via. Dopo una decina di minuti al “sitting” mi sembrava di sentire una energia che si spandeva per tutto il corpo. Era veramente una sensazione bellissima.
Con Erika ci chiariamo di quanto successo ieri, ma io cercando di spiegarmi ribadisco il mio concetto (allora sono cretino, lo so) e faccio un'altra volta un danno. Poco dopo tornando dalla doccia trovo un biglietto sulla porta. Era una lettera di Erika che mi spiegava tutto quello che sentiva dentro. Era una bella lettera perché non c’era la rabbia che può accompagnare una discussione, che la maggior parte delle volte deriva da ferite passate o paure future, ma era focalizzata, con amore, sul singolo problema. I primi benefici si iniziavano ad intravedere.
Anche su di me la meditazione aveva avuto i suoi effetti positivi. In questa discussione ci eravamo un po’ infiammati ed eravamo tornati nelle nostre stanze alterati. Allora ho preso il mio cuscino, mi sono messo seduto e ho meditato per una ventina di minuti. Al termine ero riuscito a spezzare tutti i meccanismi mentali automatici che inevitabilmente fanno prolungare una qualsiasi discussione. Riuscivo a focalizzarmi, senza rabbia, sul singolo problema. Fantastico.

“4. Mal di testa. Noia. Rilassamento. Caciara. Sitting curativo ottimo” 11/07
La notte iniziavo a dormir male. Evidentemente tutti i pensieri che controllavo di giorno mi affollavano la mente di notte; o almeno questa era la spiegazione che mi ero dato li per li, poi il caro “direttore” ci ha spiegato meglio ma purtroppo solo l’ultimo giorno. Di giorno invece mi è salito un forte mal di testa che più meditavo e più cresceva, tanto che nel pomeriggio ho rallentato la pratica. Poi, non ricordo se durante la lezione della mattina o dopo i canti, il “teacher” ci ha sottolineato la necessità di rilassarci. Infatti molti principianti si sforzano così tanto di controllare la propria mente che dimenticano di rilassarsi e, diamine, era esattamente quello che stava succedendo a me!!!
Ho quindi iniziato a meditare in maniera diversa anche non ripetendo mentalmente “rising, falling, sitting” ma solo ascoltando il mio respiro ed essendo focalizzato sul momento. Velocemente il mal di testa si è placato: mi sono curato da solo!! XD
Per quel che riguarda la nota “caciara” riguarda invece il ritorno di Erika nella sala comune per la pratica di meditazione. Dopo il secondo giorno infatti ci vedevamo solo durante gli appuntamenti di gruppo poi lei si metteva in camera. Praticamente non ci vedevamo mai e io iniziavo a sentire il peso di questa cosa, unito al fatto che TUTTO il giorno non si faceva altro che meditare. Stare di nuovo con lei invece, giocare con gli sguardi, ridere sotto i baffi ha portato una ventata di allegria nella mia giornata. E come al solito abbiamo fatto una caciara impressionante, tanto che siamo dovuti uscire per non disturbare gli altri. Ma a noi piace così.

Doi Suthep temple
Il tempio superiore (Doi Suthep) in tutto il suo aureo splendore

“5. Calore energetico. Chiamata. Notti difficili. Mollate le briglie” 12/07
Questa giornata è stata una di quelle che ricordo con maggiore piacere. Avevo infatti superato tutte le piccole difficoltà iniziali e mi sentivo sciolto nella pratica. Ora avevamo sessioni di 25 minuti di “walking meditation” e 25 minuti di “sitting meditation”: erano toste perché lunghe (almeno per me) però sentivo di riuscire a controllarle bene. Talmente bene che durante la sitting la sensazione che avvertivo i primi giorni di “energia che si spandeva” ora era un vero e proprio vulcano. Sentivo un caldo bestiale in tutto il corpo e più mi concentravo più generavo calore, sudavo. La cosa mi fomentava non c’è male e in questo clima di “auto-esaltazione” momentanea ho anche deciso di testare i miei poteri paranormali.
Ok, non è una cosa di cui vado fierissimo ma l’ho fatto. Ero li, seduto nella posizione del loto, ad ogni respiro sentivo questa energia generarsi e, a mio avviso, irradiarsi intorno a me: ero al culmine. Decido di provare a chiamare Erika telepaticamente. Mi sforzo di concentrarmi nella direzione della sua stanza, invoco il suo nome, gli chiedo di venire subito!!!
No…non è venuta… La sveglia dei 25 minuti è suonata e lei era tranquilla nella sua stanza. Ok, non ho poteri paranormali, però è stato fico ugualmente.
Nel frattempo le notti proseguono più agitate che mai e io mi inizio a stancare di questa cosa. Sentivo che stavo esagerando ad essere tutto il giorno concentrato, focalizzato, mirato sulla meditazione, anche se maggiormente rilassato. Come al solito non riesco a trovare subito una via di mezzo: nelle novità mi ci butto a capofitto per poi arrivare ad un equilibrio. Dalla mattina del 13 quindi ho deciso di mollare un po’ le briglie. Me la sono presa con moooolta calma, ho fatto solo un paio di cicli di meditazione e il resto l’ho passato a cazzeggiare beatamente.

Sitting meditation
Il lento passeggiare di chi vuol solo rilassarsi

“6. Quasi distacco. No parole mentali. Buddaday. Troppa energia” 13/07
L’ultimo giorno di meditazione ho probabilmente raggiunto il punto più alto della mia pratica, anche se per pochissimi secondi. No, non ho raggiunto il nirvana, ne la pace dei sensi ma per qualche istante durante la “sitting meditation” ho avvertito quella che molti definiscono la sensazione della mente che si stacca dal corpo. Alcuni scrittori, tra cui Terzani mi pare, la descrivono come l’uscire dal proprio corpo, vedersi dall’esterno. Io non sono arrivato a tanto e sinceramente non credo che ci si possa “vedere dall’esterno” ma, nel mio piccolo ho forse intuito di cosa parlassero. Dopo una ventina di minuti di meditazione, complice anche l’intorpidimento generale, sentivo il mio corpo come qualcosa di estraneo a me, tanto che suonata la sveglia della fine meditazione, non sono riuscito subito a muovere il braccio per stopparla. Tutto questo l’ho fatto senza i ritornelli mentali che il “teacher” ci diceva. Infatti mi pareva quasi che mi distogliessero dalla pratica e ho voluto tentare senza… dopo i primi attimi più difficili tutto è andato per il meglio!
Questo giorno è stato particolare anche per un altro motivo: era infatti un Buddahday, cioè uno dei giorni della settimana, secondo il calendario lunare, nei quali si va nel tempio a venerare il Budda. Per questa occasione il teacher ci aveva invitato al tempio principale per assistere alle cerimonie dei monaci attorno alla Stupa principale. Abbiamo quindi assistito alle preghiere e dopo abbiamo anche partecipato a un rito nel quale dovevamo camminare intorno alla stupa in senso orario per tre volte con un fiore in mano, per poi donarlo sull’altare.

Buddha day ceremony
Con il mio amore al budda-day!

Ma per me ed Erika quel giorno è stato soprattutto il giorno in cui abbiamo conosciuto davvero il direttore: questo omone asiatico, dalla faccia dolce e spigolosa allo stesso tempo, che aveva animato la nostra settimana in tutte le attività di gruppo. Quella in cui spiccava era sicuramente il canto, la prima in cui lo abbiamo conosciuto e quella a cui deve il suo soprannome. Il primo giorno infatti durante i canti eravamo un po’ disorientati. C’era un diluvio all’esterno che si ripercuoteva sui tetti e faceva un baccano tale da non riuscire a sentire il “teacher” che con il microfono tentava di guidarci, noi eravamo in ultima fila e facevamo una fatica immane a seguire quei testi in lingua sconosciuta. Ma è stato proprio in quel frangente che lui, il “direttore” è emerso come luce, come faro che indica la direzione. Con il suo vocione che si alzava altissimo solo nelle parti che conosceva bene e nelle quali si fomentava come un quindicenne al concerto del suo gruppo preferito, mentre il resto lo sbiascicava sottovoce, ci ha condotto al termine di quella ora, e, cosa più importante, ci ha fatto fare delle grasse risate. Il suo poaosdi sdimnautir foriaoiia SAVAGA SANKOOOOO, kirutisiada biludirificate xifutiriaza SAVAGA SANKOOOOO” ci rimarrà nella mente e nei cuori a lungo.

Doi Suthep temple
Il nostro DIRETTORE!!

Per non parlare poi delle sue performance nelle ore di meditazione. Da buon cinese, nel silenzio più assoluto e sacro della sala, tirava dei rutti da camionista slavo ubriaco che facevano tremare le tendine alle finestre. Si metteva nelle posizioni più assurde infilandosi i cuscini in maniera quanto meno bizzarra tra le gambe. Sobbalzava, tremava, si muoveva ritmicamente durante la meditazione da seduto e marciava come una SS a una parata del terzo reich durante la meditazione in cammino. In poche parole: ERA IL NOSTRO IDOLO. Quindi quando lui si è avvicinato nel budda day e ha attaccato bottone noi eravamo al settimo cielo. Ci ha spiegato che il suo tremare era dovuto alla troppa energia che produceva durante la meditazione, che aveva un caldo bestiale e che quindi alle volte andava all’esterno per rinfrescarsi, che la sera non meditava altrimenti la notte non dormiva (ma sarà per questo che io avevo problemi la notte?? Troppa energia!!), che il maestro era reticente a dirgli tutti i segreti della meditazioni ma lui lo aveva costretto a rivelarglieli: insomma una grandissima serata zeppa di insegnamenti. Culminata assistendo prima al canto dei monaci nel tempio, noi fuori lui dentro in prima fila, e successivamente alla meditazione, disturbata sempre da lui con una foto dal cellulare con flash e suono otturatore impostato a “tutta-la-piazza-deve-sapere-che-sto-facendo-una-foto”. Caro “direttore” se sei potente anche solo la metà di quello che ci hai detto, allora “sentirai” le vibrazioni di tutta la nostra stima e del nostro immenso affetto. Firmato: i tuoi più devoti discepoli.
Si conclude così anche questa meravigliosa esperienza. Forte, intensa, anche eccessiva a volte, ma che ci ha dato lo spunto per cercare qualcosa dentro di noi e gli strumenti per farlo. Chissà che un giorno non ci servano.

Our sign
La nostra firma sul telo dei ricordi

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